Biden, la “guerra per sempre”e quella di domani

In questa stessa stanza, la Treaty Room della Casa Bianca, vent’anni fa George W. Bush annunciava all’America l’inizio dei bombardamenti sull’Afghanistan, risposta statunitense agli attacchi dell’11 Settembre.

Venti anni, 2,448 morti in battaglia, 20.722 feriti e mille miliardi di dollari dopo, un altro presidente, Joe Biden, dichiara che “è tempo di tornare a casa“, di porre fine a questa “Forever War“, la “guerra per sempre” in Afghanistan.

La guerra persa

Neanche i veterani dell’esercito statunitense sono in grado di rispondere alla domanda delle domande: “Ne è valsa la pena?“. Né sono in grado di indicare chiaramente un motivo univoco, una causa certa, alla sconfitta dell’America nella sua guerra più lunga. Perché incredibilmente, nonostante i danni inflitti al nemico, i bombardamenti a tappeto, il terreno conquistato grazie al lavoro degli 800mila soldati americani che hanno messo i loro “boots on the ground“, gli stivali sul terreno afgano, nessuno, in tutta onestà, può dire che l’America abbia vinto questa guerra.

Non che le premesse suggerissero un esito diverso. Nella foga di rispondere al primo attacco subito sul proprio suolo, nella smania di vendicare l’affronto subito in quel maledetto 11 Settembre, l’America commise l’errore di dichiarare guerra ad una tattica – il terrorismo – anziché ad un nemico, uno Stato.

Fallito anche il disegno collaterale, il progetto di “nation building” che avrebbe dovuto (es)portare in Afghanistan una forma democratica di governo, assicurando diritti a chi a quei diritti non sapeva neanche di avere diritto. Progetto mastodontico, a lunghissima scadenza, così lontano dal realizzarsi che Joe Biden non ha trovato altro modo per spiegare agli americani la scelta di lasciare l’Afghanistan senza alcuna danza della vittoria: “Allora, quando sarà il momento giusto per andarsene? Un altro anno, altri due anni, altri dieci anni? Dieci, venti, trenta miliardi di dollari in più rispetto ai mille miliardi che abbiamo già speso?“.

Ma se anche celebrare un successo non è dato, è tipico della mentalità a stelle e strisce rifiutare quanto meno l’idea di una sconfitta. Biden rivendica che sì, ne sia valsa la pena: Osama Bin Laden è morto, al Qaeda è arretrata. Non è stato uno sforzo vano quello americano.

GOP Claims Biden Afghanistan Withdrawal Aids Terrorism, but Evidence Says  Otherwise

La guerra di domani

Biden non usa mezzi termini: è tempo di combattere le battaglie dei prossimi 20 anni, non quelle degli scorsi 20. Nessuno pensi insomma che gli Stati Uniti siano in procinto di guardarsi l’ombelico, di ritirarsi al loro interno. Al contrario: il ritorno a casa dei soldati consentirà all’America di prepararsi allo scontro epocale che già si staglia all’orizzonte. E non è un caso che tra la sfide che attendono l’America, Biden citi unicamente un Paese, quella Cina che si è fatta sempre più “assertiva“.

Se è vero che in geopolitica ogni vuoto viene colmato, se non è da escludere che l’Afghanistan diventi presto oggetto di influenza di potenze ostili agli Stati Uniti, lo è pure che l’America non può concedersi il lusso di aspettare, non più, nel percorso d’avvicinamento alla resa dei conti col numero 2 del mondo che ambisce alla vetta. Anzi, paradossalmente, lo spazio lasciato libero potrà forse sottrarre energie al rivale, distrarlo dalla sfida delle sfide. Che arriverà, più prima che poi. Resta da stabilirne la forma: se nei mari o sui computer, se a colpi di missili o solo tramite diplomazia. Nel frattempo, è necessario chiudere la “guerra per sempre“, quella di ieri, per pensare già a quella di domani.

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