A sinistra Florentino Perez, presidente del Real Madrid; al centro Andrea Agnelli, presidente della Juventus

C’è poco di democratico e socialmente sostenibile nel nuovo calcio pensato dai grandi del pallone.

Dodici squadre europee tra le più ricche e blasonate – Milan, Arsenal, Atlético Madrid, Chelsea, Barcellona, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Real Madrid e Tottenham – hanno annunciato di aver trovato l’intesa per la costituzione di una Superlega che teorizza la fine del calcio per come l’abbiamo conosciuto.

Crisi economica da Covid, tendenza del “nuovo” tifo incentrato sui singoli giocatori piuttosto che sulla fede per la maglia, volontà (e in molti casi necessità) di aumentare le entrate dei propri bilanci, hanno spinto le big del pallone ad annunciare la creazione di una manifestazione che negli intenti più o meno dichiarati dovrebbe sostituirsi – “il prima possibile”, forse già a partire dal prossimo agosto – all’amata Champions League.

Le dodici società, destinate a diventare 15 come nucleo-base, si sono autodefinite “Club Fondatori” della nascente Superlega, organizzazione dai contorni simili a quelli di una società esclusiva, non per tutti, cui si accede unicamente per invito, se graditi ai padroni di casa. Questo dovrebbe essere il trattamento riservato alle 5 squadre che, con cadenza annuale, si aggiungeranno ai Fondatori. Ad oggi non è dato sapere con quale criterio. Potrebbe essere per simpatia, ma anche in base ad amicizie politiche, come per ragioni puramente cromatiche.

Battute a parte, non è difficile comprendere le motivazioni che hanno spinto le grandi del calcio a questa mossa rivoluzionaria ed eversiva insieme. La presenza di un player finanziario delle proporzioni JP Morgan nell’operazione dà la dimensione della partita in atto. Si pensi che la sola iscrizione alla Superlega consentirà alle squadre di incassare un assegno da 350 milioni di euro circa. Più che se vincessero la Champions League.

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La questione è destinata a deflagrare, ad invadere anche il campo della politica, come dimostrato dalle prese di posizione nelle ultime ore di Boris Johnson ed Emmanuel Macron in Europa, e di Enrico Letta in Italia. Perché l’industria del pallone, nel Vecchio Continente, muove denari e agita passioni. Dunque cosa dovrebbero dire tutti gli esclusi, le squadre vittime del grande scisma? D’improvviso private delle loro rivali, rimaste a giocare un torneo che le altre snobberanno, escluse a priori dalla nuova casa – anzi, reggia – del pallone, per mancato pedigree.

Così si spiega la presa di posizione dei vari campionati nazionali, compatte accanto alle istituzioni europee e mondiali del calcio, UEFA e FIFA, pronte a fermare “con ogni mezzo“, dunque anche nei tribunali, “questo cinico progetto“. La mossa annunciata è di quelle forti: esclusione delle squadre “scissioniste” dai campionati nazionali e dei giocatori dalle competizioni internazionali come Europei e Mondiali.

Un gioco a perdere per tutti, una sorta di dilemma su chi sia nato prima tra l’uovo e la gallina, ovvero su cosa conti maggiormente: il prodotto o il contenuto. Provate ad immaginare una Serie A senza Juventus, Milan ed Inter. Ma è vero pure l’opposto: Messi e Ronaldo senza Mondiali che stelle sarebbero?

L’azzardo di chi ha pensato la Superlega è che alla fine i veri imprescindibili siano i calciatori, i brand storici. Chi ha la fortuna di avere entrambi può permettersi di costruire un nuovo calcio, lanciando ogni tanto qualche briciola alle altre rimaste sotto il tavolo. La verità è che un pallone così pensato è sempre più show e sempre meno sport. Blindarsi all’interno di un club riservato, inaccessibile se non per invito, impermeabile al merito, è quanto di meno applicabile ai valori dello sport, bellissimo perché aperto per definizione alle scalate, ai ribaltamenti di fronte, al sovvertimento dell’ordine precostituito.

Semplici assunti che hanno colorato le esistenze di miliardi di persone lungo i decenni, oggi messi a repentaglio dall’egoismo, e anche da una certa arroganza, di chi ha smarrito non solo il romanticismo – purtroppo ampiamente defunto, da tempo sacrificato sull’altare del business – ma forse anche una certa cognizione di sé, del Pianeta che abita. Solo così si può spiegare il “golpe” nel mondo del calcio.

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