Palloni sgonfiati: punita l’arroganza dei signori del calcio

Se ancora non può dirsi defunta, la SuperLega è comunque attaccata ad un respiratore artificiale. Col concreto rischio che un infermiere, passando di lì per caso, inciampi sul filo dell’alimentazione, decretandone allora sì la morte senza possibilità di appello.

La vicenda della nuova creatura che avrebbe dovuto riformare il calcio è già un caso di scuola per chi si occupa di settori come politica e comunicazione. Non poteva essere altrimenti, tanti sono stati gli errori e le dinamiche che hanno caratterizzato le ultime frenetiche 48 ore.

La lezione di questa storia è principalmente una: nel mondo iper-connesso non c’è possibilità alcuna – puoi chiamarti anche Real Madrid – di condurre in porto un progetto di rottura senza avere dalla tua il sostegno dell’opinione pubblica. La SuperLega non l’aveva, si è visto. E’ mancato un lavoro di preparazione del terreno, la tempistica dell’annuncio nottetempo – qualcuno avrebbe detto “con il favore delle tenebre” – non ha aiutato. E’ passato il messaggio della pugnalata alle spalle, del golpe, di una costruzione esclusiva e non inclusiva. Puoi anche essere il club più blasonato e vincente del Pianeta, ma se lo sei è grazie agli altri, a quelli che hai sconfitto innumerevoli volte. E quegli altri non ci stanno a morire in silenzio.

Non che UEFA e FIFA siano paradisi in terra. Anche in quei contesti esistono rapporti di natura feudale, contrassegnati da bassezze, macroscopiche ingiustizie. Non parliamo della Compagnia delle Dame di San Vincenzo. In questa guerra del calcio, però, le istituzioni rappresentate da Ceferin e Infantino hanno potuto giocare sul fatto di essere lo “status quo”, il conosciuto contro l’ignoto, la garanzia di un calcio magari non totalmente meritocratico ma comunque universale. Ci sono ambiti in cui il tradizionalismo ha la meglio: il calcio è uno di questi.

Tutto finito dunque? No. Dopo un fallito golpe di solito seguono le purghe del regime che si è salvato. Messaggio per i benpensanti: parliamo per metafore. Dunque nessuno finirà in gattabuia o alla gogna, neanche verrà retrocesso nelle serie inferiori, ma è lecito attendersi delle conseguenze negative per chi ha guidato la secessione. In chiaro: la UEFA ha vinto la battaglia, non la guerra. E il sistema, fragile, si regge sulle reciproche debolezze: è vero che non c’è SuperLega senza un meccanismo più aperto, ma allo stesso modo non c’è Champions senza le 12 big.

Resta però impressa, come un memento, la lezione inflitta ai signori del calcio. Nessuno può pensare di portarsi via il pallone: non vige la legge del cortile, l’arena globale impone contrattazioni e compromessi anziché strappi, anche per chi voglia farsi portavoce di una stagione di riformismo nel calcio. Il rischio, altrimenti, è quello di vedere la propria arroganza punita, di finire come palloni sgonfiati.

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