Mario Draghi parlerà oggi alla Camera. Domani sarà al Senato. Il premier illustrerà il Pnrr – acronimo di Piano nazionale di ripresa e resilienza – approvato sabato sera dal Consiglio dei ministri. Non si tratta di un testo blindato, il Parlamento potrà applicare delle migliorie, dopodiché, ottenuta l’approvazione delle Camere con una risoluzione di maggioranza, il Recovery Plan arriverà nuovamente in Cdm per essere approvato definitivamente ed essere spedito a Bruxelles.

Da quel momento in poi la Commissione Europea avrà 60 giorni per emettere un giudizio sul Pnrr. Lo anticipiamo: sarà positivo – perché Draghi ha speso il suo nome, l’Italia da sola non ce l’avrebbe fatta, è la dura realtà – e Roma otterrà 191,5 miliardi fino al 2026 cui affiancherà altri 30,6 miliardi di un Fondo complementare o d’accompagno. In tutto fanno 222,1 miliardi. Di questi soldi, il 30% è destinato a progetti verdi, il 22% alla digitalizzazione, infrastrutture e istruzione hanno il 14% a testa, il 10% è destinato al capitolo “inclusione e coesione“, alla Salute spetta circa l’8% (18,5 miliardi). Al Mezzogiorno sarà riservato il 40% dei fondi.

Alla fine della fiera, nel 2026, secondo i calcoli del governo, la sommatoria di questi interventi avrà prodotto una crescita del Pil almeno del 3,6%. La parola chiave è “almeno”. L’occupazione sarà cresciuta del 3,2%.

In gioco ci sono 4 riforme: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione, promozione della concorrenza. Viene prevista inoltre una modernizzazione del mercato del lavoro così come una riforma del Fisco. Si tratta di mettere mano ai settori che negli ultimi decenni hanno frenato la crescita dell’Italia. Per questo l’intervento viene definito da Palazzo Chigi come “epocale“.

La tabella di marcia del governo è fatta di tappe ravvicinate, il ritmo sarà serrato: l’intenzione dell’esecutivo è quella di procedere con 26 interventi normativi nelle prime 8 settimane. Un paio di esempi concreti: un decreto semplificazioni entro fine maggio, da convertire in legge entro metà luglio. Una legge delega per la riforma fiscale entro il 31 luglio.

C’è da fare presto, perché i soldi non arriveranno a cascata dall’Europa ma in diverse tranche condizionate alla nostra efficienza. Già a dicembre saremo sottoposti ad una prima verifica dalla Commissione: dovremo aver dimostrato che il Plan “plana” dalla carta alla realtà. Se falliremo, gli altri Paesi potranno attivare un “alert“, un “freno di emergenza” – è la grande sconfitta di Conte al tavolo europeo: ne ho parlato qui e qui – e rallentare o sospendere l’erogazione dei fondi per l’Italia. Sarebbero guai. La linea tra un nuovo miracolo economico e il disastro è sottile. Lo sapevamo. C’è da rimboccarsi le maniche, (ri)fare l’Italia.

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