Sapete come si chiamava l’azienda dove Luana D’Orazio, la giovane mamma risucchiata da un orditoio, ha perso la vita? Luana.

Aveva il suo stesso nome, al punto che lei stessa, 22 anni, spigliata, simpatica, giovale, come tutti la descrivono parlandone ancora al presente, era solita ironizzare su questa coincidenza.

Eppure non c’è fatalismo che tenga a giustificare quest’assurda casualità.

Niente può farci credere che Luana sia morta in ragione di un tragico appuntamento col destino.

Dobbiamo rifuggire la tentazione di credere che tutto fosse già scritto. Che lunedì mattina, in un modo o nell’altro, Luana non dovesse tornare a casa dal suo bambino, da quello che definiva “il mio amore, il mio futuro, il mio specchio“.

Non può essere derubricato allo scherzo di un fato infame, il fatto che ieri Luana sia rimasta impigliata nel macchinario che chissà quante volte aveva adoperato per fare un lavoro che amava. Per com’è possibile amare un lavoro del genere.

Non possiamo pensare che l’orditoio si sia ad un tratto animato, abbia assunto la forma di un mostro, abbia spezzato questa fonte di vita per infliggere dolore, per puro dispetto, per gusto del male.

Non possiamo incolpare il collega di reparto, non possiamo chiedergli perché, mentre Luana veniva inghiottita, lui si trovasse di spalle, non vedesse, non sapesse. Non dobbiamo prendercela con lui, domandarci rabbiosi “che guardava? E perché non sentiva?”.

Il punto, insomma, non è tanto chiederci cos’abbia impedito di intervenire in fretta, di spegnere il macchinario, di tirar fuori Luana e di commentare “mamma mia che spavento! La prossima volta stiamo tutti più attenti, perché non accada”.

Il punto è proprio che accadrà. Di nuovo. Chissà quando: forse oggi stesso, al più tardi in questa settimana.

Le chiamano morti bianche, quelle sul lavoro. Ma sono morti nere, nerissime. Come la vergogna che dovremmo provare.

C’è solo un imperativo, ora: parlare di Luana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.