Povero centrodestra, vittima della faida Salvini-Meloni

Prima o poi questo momento doveva arrivare. Quello in cui i due sovranisti d’Italia, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, avrebbero finito per precipitare in una guerra intestina per farsi sovrani, prima del centrodestra e poi dell’Italia.

Il fatto curioso è che il culmine di questa faida abbia luogo a ridosso delle Amministrative di Roma.

Cinque anni fa, la leader di Fratelli d’Italia corse per la poltrona di sindaca spalleggiata – indovinate un po’? – dal solo Matteo Salvini. Berlusconi, dal canto suo, sceglieva prima di supportare un Guido Bertolaso non così popolare come oggi, poi di ripiegare su Alfio Marchini. Chiunque, piuttosto di non darla vinta a “quei due“. I giovani e arroganti sovranisti, appunto.

Cinque anni dopo, le veline che spingono Meloni verso una nuova candidatura al Campidoglio si infrangono sulle ambizioni di leader nazionale dell’ex ministro della Gioventù, che non a caso commenta: “C’è un sacco di gente che mi vorrebbe candidata a Roma, tendenzialmente tutti quelli che mi vorrebbero togliere dalle scatole“.

Lontani i tempi in cui Salvini e Meloni si davano di gomito per spodestare il regno berlusconiano dal vertice della piramide. Inveire contro il potente è più facile, quando al potere non si ha accesso. Più complicato andare d’accordo quando il cambio di regime è di fatto compiuto, il vecchio sovrano stanco, e il trono (uno solo) vuoto in attesa di essere occupato.

Salvini ha creduto, dopo il sorpasso su Berlusconi alle Politiche del 2018, che il suo primato non sarebbe stato in discussione per molti anni. Non ha fatto i conti con un’epoca che ha bruciato leadership ben più solide della sua. Così è successo che per la prima volta da tre anni a questa parte la Lega scendesse al di sotto del 22% nei sondaggi.

Voti in fuga, benevolmente accolti da Fratelli d’Italia, lanciata di settimana in settimana verso la leadership nel centrodestra.

Oggi, intervistata dal Corriere della Sera, Giorgia Meloni ammette che i rapporti con Salvini sono sempre stati “altalenanti“, ma che il loro rapporto non è mai andato “oltre la politica“. Si vede.

Nella guerra per l’eredità dell’impero berlusconiano senza eredi, i due contendenti si spingono ogni giorno più in là, più a destra. Al tempo stesso artefici e vittime di un vortice che non governano, risucchiati da una spirale che li obbliga a produrre la proposta più urlata e divisiva del giorno, meno moderata possibile, dimenticando che le elezioni in questo Paese si vincono al centro.

Si rincorrono così tra sgarbi istituzionali – come la mancata concessione del Copasir a Fratelli d’Italia presieduta dal leghista Volpi – e dispetti in cui soccombono le possibilità di vincere nelle grandi città.

La guerra aperta tra i due aspiranti leader lascia sul campo solo due vittime certe: il centrodestra e l’Italia.

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