Scozia, indipendenza, Regno (dis)Unito: cosa succede adesso

All’indomani dei risultati in Scozia è possibile tracciare un bilancio più approfondito della “questione scozzese“. Con tutte le implicazioni che essa rischia di avere sul Regno Unito e di riflesso sull’Europa.

Il Partito Nazionale Scozzese è arrivato ad una manciata di voti dalla maggioranza assoluta. A Nicola Sturgeon è mancato un solo seggio per sfondare il portone di Downing Street ma 64 seggi conquistati su un totale di 129 non impediranno alla premier di Edimburgo di bussare con forza alla porta dell’odiato Boris Johnson. Se si aggiungono al bottino dello Scottish National Party i seggi dei Verdi scozzesi, infatti, i partiti pro-indipendenza hanno infatti la maggioranza in Parlamento.

Dunque, cosa accadrà adesso? Rispetto al passato, quando usò toni molto più aspri nei confronti degli scozzesi – mitica la battuta in cui augurò loro una “sostanziosa colazione inglese” nel giorno dell’ultimo referendum sull’indipendenza – Johnson è apparso utilizzare parole concilianti. BoJo ha sottolineato che adesso sarebbe da “irresponsabili” concentrarsi su altri temi che non siano l’uscita dalla pandemia.

Johnson ha così utilizzato una chiave di lettura che Sturgeon comprende bene. Da quando la pandemia è scoppiata, infatti, in Scozia le persone favorevoli a lasciare il Regno Unito sono diminuite di quasi 10 punti, dal picco del 58% all’attuale 49-50%. Il motivo? Non che gli scozzesi abbiano fatto peggio nella gestione dell’emergenza sanitaria rispetto agli inglesi. Il fatto è che nessuno in un periodo così complicato ha intenzione di mettere troppa carne sul fuoco. L’esempio del Brexit è emblematico: passare il tempo a discutere di trattati mentre la gente muore non rappresenta una prospettiva allettante.

Sturgeon, consapevole di questa realtà, nel suo discorso della vittoria ha ammesso che la priorità adesso è la pandemia, ma ha subito aggiunto che non si andrà oltre questa legislatura per portare le proprie rivendicazioni all’attenzione di Westminster.

In questo senso, il più famoso sondaggista del Regno Unito, sir John Curtice, ha spiegato che le elezioni in Scozia, in termini numerici, hanno confermato una profonda spaccatura tra unionisti ed indipendentisti. Siamo in una situazione di 50-50. Nessuno, di fatto, può indicare oggi con certezza il vincitore di un eventuale secondo referendum.

Se Sturgeon dovesse chiedere una consultazione – anche forzando la mano ricorrendo alla Corte Suprema come ha minacciato di fare – lo farebbe per puro azzardo.

Dicasi lo stesso, sebbene con ragionamento opposto, per Boris Johnson: se egli decidesse di concedere la consultazione, lo farebbe nel solco di una scommessa: in caso di vittoria archivierebbe definitivamente la questione scozzese, ma se perdesse, perderebbe il Regno Unito.

Conoscendo il personaggio, è difficile che Johnson propenda per un “all in” così rischioso. A meno di non avere numeri certi.

Il motivo è semplice, se Johnson si trova oggi a Downing Street, lo deve soprattutto ad un’altra scommessa, persa. E’ quella fatta da un suo predecessore, conservatore come lui: l’ex premier David Cameron. Credette di sconfiggere Farage e gli concesse il referendum per la Brexit. Frontman del partito del Leave? Un tale di nome Boris Johnson. Il resto è storia.

Più probabile, dunque, che Londra cerchi di guadagnare tempo. Magari tentando di convincere Edimburgo con generosi contributi. Carezze che Sturgeon non potrà che respingere al mittente. Salvo esporsi ai fendenti dei puristi dell’indipendenza, pronti a chiederle conto del suo attendismo, ad incalzarla ad agire: now or never. Con il serio rischio di tensioni che non potranno lasciare indifferente l’Occidente.

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