Tempo fa diagnosticai al Pd una sindrome di Stoccolma, per definizione la condizione psicologica che induce le vittime di un rapimento a provare simpatia verso i loro sequestratori.

Dopo quanto accaduto nella giornata di ieri a Roma, con il valzer delle candidature che ha portato Giuseppe Conte ad incoronare Virginia Raggi a discapito del “sindaco in pectoreNicola Zingaretti, sono invece convinto che i problemi del Pd siano di natura più spicciola. Prima, però, un breve riepilogo.

Per mesi Conte ha assicurato ai vertici dem – quelli di ieri e quelli di oggi – che la persona di Virginia Raggi non avrebbe rappresentato un ostacolo sulla strada tortuosa dell’alleanza strutturale con il Pd.

Zingaretti prima e Letta poi lo hanno preso in parola. E anche quando il tanto agognato passo indietro della Raggi tardava ad arrivare, si sono intimamente ripetuti che doveva pur esserci un motivo se Conte a Palazzo Chigi veniva definito “il temporeggiatore“. Ciò che non avevano messo in conto, però, è che alla fine dell’attesa l’avvocato, lo stesso avvocato per cui Zingaretti ha immolato la sua segreteria, lo stesso avvocato in nome del quale il Pd ha rinunciato alla sua candidatura più naturale e probabilmente vincente, quella di Carlo Calenda, un pomeriggio di una domenica di maggio gli avrebbe giocato questo brutto tiro: appoggiare Raggi e minacciare la caduta della Giunta nella Regione Lazio nel caso in cui Zingaretti avesse deciso – come aveva ormai fatto – di correre per il Campidoglio.

E adesso?

Roberto Gualtieri non è un candidato che scalda il cuore, non può essere il volto della ripartenza del centrosinistra nella Capitale. E’ un tecnico (dotato anche di buon umorismo), è stato un ministro dell’Economia non indimenticabile in un’epoca complicata, ma non è il profilo che si inserisce nel solco della tradizione degli ottimi sindaci di Roma del centrosinistra.

Peraltro, ad aggiungere sconcerto all’intera situazione, ci sono le parole pronunciate da Giuseppe Conte. L’ex premier, oltre ad imporre la non-candidatura di Zingaretti, ha di fatto chiesto un patto di desistenza al Pd, il quale, a suo dire, dovrebbe di fatto rinunciare dall’attaccare frontalmente Raggi in campagna elettorale:

La campagna elettorale che attende Roma sarà una sorta di primaria nel nostro campo, rispetto al campo del centrodestra. Dobbiamo agire in modo intelligente e fare in modo che in caso di secondo turno il dialogo privilegiato del Movimento con il Pd possa dare i propri frutti

Il rischio – concreto – adesso, è che il Pd di Enrico Letta finisca per regalare il ballottaggio a Raggi. E al secondo turno la città al centrodestra.

Sì, perché due cose sono certe in questo groviglio romano: che Gualtieri può benissimo arrivare terzo; e che la Raggi al ballottaggio perderebbe contro chiunque.

Siamo dunque arrivati al momento della diagnosi. La mia sensazione è che Conte sia passato dall’essere un “fortissimo punto di riferimento di tutte le forze progressiste” (copyright Zingaretti, chissà che ne pensa oggi dopo essere stato silurato proprio da Conte) al diventare l’emblema del “fortissimo rimbambimento” della dirigenza dem. Che non ne azzecca una da anni, che insegue la chimera di un’alleanza coi 5 Stelle anziché dedicarsi ad un profondo rinnovamento interno per recuperare il rapporto con i suoi elettori.

Vai a capirli. Che pena, pena Capitale.

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