Gaza, Israele, Hamas: le cose da sapere sulla guerra

Era da sette anni che gli scontri tra Israele e i gruppi armati palestinesi della Striscia di Gaza non raggiungevano questo livello d’intensità. Il bilancio della guerra – chiamiamo le cose col loro nome – aggiornato a martedì sera parlava di 35 palestinesi uccisi a Gaza (tra cui 10 bambini) e 203 feriti secondo le autorità sanitarie locali; in Israele, invece, i razzi lanciati dalla Striscia hanno ucciso 5 persone e ne hanno ferito altre 100.

Sarebbe ingenuo credere che tutto sia nato pochi giorni fa, per la scelta – azzardata – della polizia israeliana di innalzare delle barriere attorno alla piazzetta situata davanti alla porta di Damasco, luogo di ritrovo per i giovani musulmani alla fine del digiuno quotidiano imposto dal Ramadan. Una scelta motivata ufficialmente con la volontà di evitare assembramenti, nei fatti una mossa che ha provocato una serie di proteste estese all’area della Spianata delle Moschee, il terzo luogo più sacro per l’Islam (venerato anche dagli ebrei).

L’ordine di Netanyahu di rimuovere le transenne non è servito a placare gli animi. Così come la (saggia) decisione della Corte Suprema di rinviare la decisione sullo sfratto di una ventina di famiglie arabe residenti nelle zone di Sheikh Jarrah e Silwan. E’ evidente che quelle transenne rappresentassero il classico fiammifero acceso in una polveriera.

Le tensioni sono latenti, mai sopite, faticosamente governate. Adesso sono esplose. E fa comodo a tutti, meno che ai rispettivi popoli.

A chi fa comodo la guerra? A tutti

Prendete Hamas, il gruppo che di fatto domina la Striscia di Gaza da quando, nel 2007, ha sottratto il controllo all’Autorità palestinese con un colpo militare. Uno scontro con Israele non fa che rinforzare agli occhi del popolo dell’area la necessità di affidarsi ad un gruppo che segnala come sia arrivata “l’ora della guerra”. Non è un caso che Khaled Meshal, uno dei leader di Hamas, abbia dichiarato che “la Terza Intifada è vicina”. La traduzione di Intifada? Rivolta. I razzi che partono da Gaza per colpire le aree urbane di Tel Aviv e di altre importanti città israeliane servono a comunicare ai palestinesi che vivono tra Gerusalemme Est e Cisgiordania che Hamas è pronta ad imbracciare le armi per loro. Il risultato? Sta in una foto di Associated Press scattata nella città di Lod:

In questa importante città israeliana a maggioranza araba, i cittadini palestinesi hanno preso di mira gli appartenenti alle comunità ebraiche appiccando incendi ad edifici ed automobili. Emblematiche le parole del sindaco di Lod, Yair Revivo: “Tutto il lavoro che abbiamo fatto per anni [sulla coesistenza tra arabi ed ebrei] è andato in fumo”.

Siamo in una situazione di guerra civile. Peggiorerà ancora, prima di migliorare.

Benjamin Netanyahu, a sua volta, non ha alcun interesse ad arretrare. I razzi da Gaza sono stati lanciati e Bibi li ha definiti non a caso “una linea rossa”. La guerra, peraltro, ha il potere di compattare qualsiasi comunità. Anche quella israeliana così frammentata. Netanyahu può approfittarne, comprare tempo proprio quando sembrava averlo finito. Non è riuscito a formare un governo dopo le quarte elezioni in due anni, ora il suo avversario, Lapid, sta cercando di riuscire laddove il mago indiscusso della politica israeliana ha fallito. Ma Bibi è premier fino a quando non si forma un nuovo governo. E da commander-in-chief di una nazione in guerra può aumentare il proprio consenso.

La comunità internazionale? Se esiste, assiste attonita. La Casa Bianca è stata colta impreparata, chiede una de-escalation, rilancia la soluzione dei due Stati, ma sa bene che nelle condizioni attuali è un percorso impraticabile. Sta guadagnando tempo.

Ad avvantaggiarsi della situazione sono Iran e Hezbollah in Libano, che hanno buon gioco a distogliere l’attenzione dai loro problemi interni rilanciando la “questione palestinese”, un argomento che emoziona sempre le rispettive comunità. Chi cavalca meglio di tutti la situazione, però, è il solito Erdogan, che attacca verbalmente Israele e rilancia la sua immagine di leader dell’intero mondo islamico.

La matassa è intricata, la soluzione lontana, i razzi nel cielo pronti a piombare sulle teste degli innocenti.

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