Conte sarà la prossima spina nel fianco di Draghi

Aprile, con le polemiche sul coprifuoco, è stato il mese dei distinguo di Matteo Salvini. Maggio, che si è appena concluso, ha visto Enrico Letta protagonista di uscite improvvide e non concordate come quella sulla tassa di successione. Giugno? La prossima spina nel fianco di Mario Draghi sarà Giuseppe Conte.

Lo impongono la grammatica strategica, il calendario, l’istinto di sopravvivenza al vertice di un MoVimento in via di decomposizione. Se è vero infatti che il Garante pochi giorni fa ha dato una mano a Conte nel braccio di ferro con Rousseau per ottenere i dati degli iscritti alla piattaforma, lo è pure che la battaglia non può ancora dirsi conclusa. Niente di peggio per l’avvocato pugliese, privo di un ruolo ufficiale dentro e fuori il Parlamento, costretto ad osservare i trend di Google e a scegliere di conseguenza i temi cui dedicare il post del giorno.

Andazzo impossibile da trascinare, pena l’irrilevanza. Ecco perché da qui alle prossime settimane Conte sarà chiamato a misurarsi col nuovo abito che ha voluto cucirsi addosso. Non più quello di statista (o presunto tale) bensì di leader di una forza politica, peraltro in piena campagna elettorale. Un uomo dotato di prestigio e competenze maggiori delle sue, Mario Monti, impattò violentemente nell’incapacità di calarsi nei panni dell’agitatore delle folle. Finì annegato in una pinta di birra dalla Bignardi. Conte, almeno in questo senso, sembra però più adatto al compito. In tempi non sospetti si è definito “orgogliosamente populista”: è una “qualità” che gli tornerà utile.

D’altronde il tempo stringe, e nessuno può fallire l’appuntamento delle Amministrative, preludio delle prossime Politiche. Lo scopo di Conte è evitare una Caporetto: non basterebbe sostenere che – causa Rousseau – ha avuto poco tempo per organizzare il MoVimento ad evitarne l’implosione. La fronda dei “duri e puri”, di quanti a guardano Di Battista come leader in esilio, tuonerebbe chiedendo l’ennesimo ritorno alle origini dei 5 Stelle. Ma non si può chiedere all’ex premier di prendere Draghi a colpi di “Vaffa”. A maggior ragione se è vero – e lo è – che Conte deve guardarsi anche da un altro tipo di concorrenza interna, quella rappresentata da Di Maio, non incline per il momento a lanciare alcuna Opa ostile, ma a presentarsi come il prodotto della maturazione grillina sì.

L’obiettivo minimo di Conte? Arrivare al ballottaggio a Roma con Virginia Raggi. Fare peggio significherebbe iniziare il viaggio con le ruote sgonfie. Ecco perché, fino ad allora, Conte avrà la necessità di distinguersi, di rosicchiare voti all’alleato-antagonista Letta, non contento di averlo privato della candidatura più forte nella Capitale (Zingaretti). Dovrà farlo per reprimere l’agitazione dei suoi stessi parlamentari, degli attivisti che preferiscono un ritorno all’opposizione, a questo conformarsi a tutti gli altri, “ai corrotti”. Sarà così che da qui all’autunno i toni Contiani si faranno meno concilianti col premier Draghi, consapevole da tempo che la pattuglia a suo sostegno più folta del Parlamento è massa informe e ingovernabile. E che il suo leader non lo ama, per usare un eufemismo. Voleva spedirlo a Bruxelles per farlo Commissario. Non esiterebbe ad organizzare per lui, in fretta e furia, una nuova partenza con la stessa destinazione.

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