In Israele non è andata in scena la replica in salsa ebraica dell’indegno spettacolo offerto a Washington il 6 gennaio scorso. Benjamin Netanyahu è stato spodestato con un voto parlamentare a dir poco risicato – 60 a 59 il risultato. Naftali Bennett è il nuovo primo ministro.

Ma nessuno ha assaltato il Parlamento, nessuno ha inneggiato alla rivolta. Nessuno ha fatto il Trump.

C’è stata perfino una stretta di mano tra i due acerrimi rivali. Una sola, è vero, perché quando il 49enne Bennett ha cercato il bis, il carattere di “Bibi” è uscito fuori: un conto è fare buon viso a cattivo gioco, altro conto è fingere che nulla sia accaduto.

Eppure, per quanto sia assurdo che a fare notizia sia una pacifica transizione di poteri nell’unica democrazia del Medio Oriente, nessuno può dire che fosse scontato un passaggio di consegne così indolore.

Sempre prendendo a paragone il precedente recente negli Usa, a differenza del Partito Repubblicano di Trump, il Likud di Netanyahu è stato ampiamente il partito più votato del Paese. E il modo in cui sono state condotte le trattative per formare un governo senza di lui, con diversi partiti che hanno tradito le promesse elettorali pur di produrre il “Netanyahout“, avrebbe potuto far gridare allo scandalo e accendere la miccia di nuove tensioni nel Paese.

Se questo non è accaduto, gran parte del merito va dato allo stesso Netanyahu, che ha mostrato di voler giocare la sua partita all’interno delle regole democratiche. Ciò che Trump ha mancato di fare, mettendo in discussione la validità stessa del processo elettorale americano.

Bibi ha addirittura invitato per questo pomeriggio Bennett ad una riunione per consegnargli formalmente le chiavi del potere. A differenza di quanto accade negli Usa, infatti, non ci sono codici nucleari da consegnare al nuovo leader, ma vi sono informazioni di cui soltanto il primo ministro è al corrente.

Pur con tutti i suoi limiti, Netanyahu ha impartito una lezione di democrazia a chi ne metteva in dubbio le doti da uomo delle istituzioni. Si è limitato a rivolgersi a “chi gioisce a Teheran, dentro Hezbollah e Hamas” e a promettere: “Torneremo, presto“. Per poi ripetere, con un tono di voce più basso, quasi impercettibile: “Torneremo, presto“. Quasi a volersene convincere lui per primo.

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