Si incontreranno presto, probabilmente non appena Giuseppe Conte sarà incoronato leader del MoVimento 5 Stelle. Non prima, perché non passi che il presidente del Consiglio incontri un ex premier senza alcun ruolo ufficiale deciso a dettargli in qualche modo l’agenda.

Questione di etichetta, di facciata, la stessa che anima i rapporti glaciali tra i due. E allora sarà così che pur non amandosi, per usare un eufemismo, presto torneranno a vedersi: peraltro nello stesso luogo dell’ultima volta. Dietro la scrivania di Palazzo Chigi, però, sarà seduto questa volta Mario Draghi. E Conte, di ritorno per la prima volta nel luogo che lo ha reso chi è oggi, dovrà accontentarsi di interpretare la parte dell’ospite. Magari, guardandosi intorno, sognando neanche troppo velatamente di riprendere possesso di quei locali, più prima che poi.

L’edizione odierna di Repubblica riporta delle sole tre telefonate intercorse tra il premier e il suo predecessore dalla nascita dell’esecutivo ad oggi. Tutte e tre culminate con una cornetta che idealmente va giù portando con sé un bagaglio di rancori e incomprensioni. “Non lo meritavo“, ha opposto Conte a Draghi quando questi ha deciso – saggiamente – di rimuovere il suo uomo, Gennaro Vecchione, ponendo a capo dei servizi segreti Elisabetta Belloni. Primo clic.

Di nuovo, Conte è stato respinto con perdite quando ha tentato di preservare una delle nomine più pesanti dell’era gialloverde, evitando cioè che Fabrizio Palermo fosse sostituito da Dario Scannapieco al timone di Cassa Depositi e Prestiti. Secondo clic.

L’ultima telefonata è arrivata poche settimane fa, quando Conte ha chiesto di prorogare ulteriormente il blocco dei licenziamenti. Troppo tardi: perfino il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva compreso che non tirava aria. A Conte non è servito alzare i toni, dire a Draghi che non poteva ignorare il partito di maggioranza relativa. Il premier ha fatto spallucce, ricordato che il compromesso da lui trovato sulla norma aveva la maggioranza, in questo caso assoluta. Cornetta che va giù, terzo e definitivo clic.

Draghi e Conte, storie tese. Che non impediranno però ai due di vedersi faccia a faccia, perché il presidente del Consiglio non ha intenzione di dichiarare guerra al MoVimento: non è questo il suo mestiere. Semmai ha già capito che dai 5 Stelle arriveranno presto i primi missili. Perché Conte è convinto che solo facendo il partito di lotta e di governo potrà conquistare il numero di consensi necessario per tornare lì, in quello che ormai considera il suo posto, appaltato soltanto temporaneamente a Mario Draghi.

Per questo motivo, uscendo dal primo colloquio con Draghi, elencherà sì i punti di contatto ma non mancherà di porre l’accento sulle divergenze. Poi, col passare delle settimane, alzerà ulteriormente i toni, magari cercando di riappassionare alla causa l’anima più antica del grillismo, di cui oggi Alessandro Di Battista viene considerato il massimo interprete.

Per Draghi non sarà una sorpresa: decenni nelle istituzioni gli hanno insegnato a cogliere in anticipo tali manovre. Come spesso gli è già capitato nell’arco di una lunga carriera, farà buon viso a cattivo gioco.

D’altronde Conte è quello che voleva spedirlo a Bruxelles a fare il commissario, senza neanche informarlo. I tempi cambiano, le persone no.

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