A costringere i due contendenti ad alzare il telefono sono stati i numeri del sondaggio realizzato da Alessandra Ghisleri. Per Beppe Grillo vedere il MoVimento 5 Stelle al 7% è stato più scioccante della mole di insulti recapitatigli dal popolo pentastellato dopo la rottura con Conte.

Ma lo stesso avvocato non ha esultato. Sì, il 10%, ha ragionato, è un’ottima base di partenza. Ma è ben lontano dall’essere quel “partito di maggioranza assoluta” che ha fissato in conferenza stampa come suo obiettivo alla guida del MoVimento 5 Stelle.

E’ stato così che i due, grazie a Luigi Di Maio – presente a sua volta – , hanno dato vita ad una cena a Marina di Bibbona. Un incontro in cui la freddezza non si è sciolta del tutto, dopo le parole al vetriolo dei giorni scorsi. Ma in cui entrambi hanno convenuto sull’opportunità di un’intesa che scongiuri il rischio di uno scisma.

A cercare una mediazione, però, non saranno i diretti interessati: perché il rapporto di fiducia si è definitivamente spezzato, qualcosa si è rotto. Perché Grillo ha interpretato le mosse di Conte come quelle di chi compie una scalata ostile, e perché Conte si è risentito del fatto che Grillo gli abbia dato urbi et orbi dell’incapace.

Saranno così quelli che qualcuno ha ribattezzato i “sette saggi” a cercare in un tempo non infinito – si parla di una settimana/10 giorni – una possibile mediazione sull’oggetto del contendere: il famoso Statuto. Di Maio e Fico, Stefano Patuanelli e i capigruppo di Camera e Senato Davide Crippa e Ettore Licheri, Vito Crimi e l’europarlamentare Tiziana Beghin: a loro è demandato il compito di portare Conte e Grillo a compiere “un mezzo passo indietro ciascuno“, per il bene del MoVimento.

Di Maio è il più fiducioso, e forse anche il più contento in questa fase. Ha recuperato una centralità che la nuova vita alla Farnesina gli aveva – consapevolmente – fatto smarrire. E’ ancora lui il più astuto dei 5 Stelle, forse il solo che in questi anni di apprendistato si è trasformato in politico. Nonostante i sospetti del team Conte, a lui è affidata l’opera di taglia e cuci necessaria a riallacciare i fili del dialogo tra i due Giuseppe. E al netto delle lusinghe del Fondatore, che ancora è convinto di aver avuto una delle sue “visioni”, di non avere sbagliato a giudicare Conte, e offre al caro Luigi – definito non a caso “il miglior ministro degli Esteri della storia” – un posto nel nuovo ipotetico Direttorio insieme a Fico e Raggi. Senza Conte, s’intende.

Se dunque Grillo ha parzialmente innestato la retromarcia, se ha accettato di vedere Conte, è solo per placare gli animi, dentro e fuori il MoVimento. E anche per trasferire sull’avvocato – deciso a non accettare in alcun caso una diarchia – le responsabilità di un’eventuale rottura.

E’ con questo spirito che i due tentano l’ultima mediazione. Se a vincere sarà la logica, il reciproco interesse, non sarà perché è scoppiato di nuovo l’amore. E’ che si tenta, semplicemente, di fare una somma tra due debolezze.

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