Cosa pensare all’indomani della mossa M5s? Mario Draghi si era fidato delle parole pronunciate da Giuseppe Conte nel loro incontro a Palazzo Chigi. Nel corso del vertice, il premier aveva passato la maggior parte del tempo ad ascoltare. E i toni utilizzati dall’ex premier gli erano sembrati ben più concilianti di quelli che avevano caratterizzato le ultime uscite pubbliche del leader in pectore M5s.

Per questo, Draghi, non si aspettava certo di vedere la montagna di emendamenti, oltre 900, presentati ieri dai 5 Stelle. Con Conte aveva acconsentito a sviluppare una dialettica parlamentare che si limitasse a qualche modifica tecnica rispetto al testo approvato in Cdm. Quelle richieste dai grillini, invece, sono richieste di modifica tali da rimettere in discussione l’intero impianto della riforma. Si pensi che tra le proposte presentate ce n’è una che chiede di farla entrare in vigore solamente a partire dal primo gennaio 2025. Una chiara provocazione, che Draghi ha già registrato e che ha portato i vertici dell’esecutivo a giudicare come “inaffidabile” il MoVimento 5 Stelle.

Mario Draghi non ha perso tempo ad interrogarsi sulla natura della mossa pentastellata. Non gli interessa più di tanto capire se il regista dell’operazione sia stato lo stesso Conte o se invece i gruppi parlamentari procedano in ordine sparso, fuori dal controllo dello stesso avvocato. Quel che è certo è che la mossa M5s non ha spostato di una virgola le intenzioni del presidente del Consiglio, deciso a rispettare la tabella di marcia necessaria a non mandare in fumo i soldi del Recovery. Altro che 2025.

Ecco perché in queste ore avanza sempre più la tentazione di mettere la fiducia sull’intero pacchetto. Chi vuole smarcarsi, è il ragionamento, se ne assumerà la completa responsabilità dinanzi al Paese. Draghi non ha certo accettato la chiamata del presidente della Repubblica per finire ostaggio dei partiti. E’ bene lo capiscano. Anche in questo caso: in fretta.

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