Sono giorni di amarezza per Mario Draghi. E anche di un certo fastidio. Lo dirà già oggi al Consiglio dei ministri che dovrà decidere quale strada prendere sull’uso del Green Pass per milioni di italiani. Se i partiti hanno intenzione di tornare al “come prima più di prima”, se pensano di tenere ostaggio il governo, hanno sbagliato persona.

Cercherà ancora una mediazione, il premier, e non perché sia succube dei 5 Stelle o costretto a farlo. Anche senza il loro supporto, infatti, il premier ponendo la questione di fiducia avrebbe i numeri per approvare la riforma Cartabia. Lo farà perché quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha chiamato per salvare l’Italia dal baratro in cui stava sprofondando, lo ha fatto chiedendogli di essere la guida di un governo di unità nazionale. E il premier ha il dovere di coinvolgere il partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Sono gli effetti delle Politiche del 2018, quelle che hanno dato al MoVimento 5 Stelle il 32%, e che ancora oggi fanno sì che i ruoli chiave siano di appartenenza pentastellata. E’ grillino il presidente della Commissione Giustizia, Marzio Perantoni; è grillino il presidente della Camera, Roberto Fico, l’uomo deputato a calendarizzare i lavori a Montecitorio; ed è grillino anche Federico D’Incà, il ministro dei rapporti con il Parlamento da cui passerà l’eventuale questione di fiducia.

Un accerchiamento in piena regola, che Draghi cercherà di rompere andando dritto per la sua strada. A maggior ragione nel caso in cui si facesse convinto che l’ostruzionismo M5s non è frutto del disordine che anima lo stesso MoVimento ma risultato di una strategia studiata a tavolino per far impantanare l’esecutivo.

Lo ripeterà ancora oggi ai suoi interlocutori: state mettendo a rischio i soldi del Recovery, la riforma va approvata prima della pausa estiva. Soprattutto: il governo andrà avanti.

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