Giustizia, Draghi dice basta: non posso mediare all’infinito

Continuerà a trattare ancora per qualche ora, non di più. Il premier Draghi sembra essersi deciso: il tempo della mediazione sulla riforma Cartabia è quasi scaduto.

Anche per questo, stamattina, ha incontrato a Palazzo Chigi Matteo Salvini. Proprio dalla Lega, ieri, era giunta l’ultima trappola sulla strada di un’intesa: la dichiarazione che il Carroccio è leale al compromesso trovato in Cdm. Nulla di troppo strano, anzi, se non fosse che proprio quell’accordo è stato sonoramente bocciato da Conte, portando Draghi ad annunciare l’intenzione di porre la fiducia sul testo per evitare sgambetti.

Dopo aver aperto a modifiche di carattere tecnico, però, Draghi si è reso conto che la strada della trattativa tra partiti è inesorabilmente in salita. Da una parte il MoVimento 5 Stelle è dilaniato al suo interno, e il premier ha intuito che Conte fatica a gestirlo molto più di quanto non dia pubblicamente a vedere. Dall’altra c’è la partita di chi, compresa la difficoltà dei 5 Stelle, tende legittimamente a sfruttare questa situazione per portare, nel migliore dei casi, M5s fuori dalla maggioranza. Da qui la decisione, dopo l’incontro di ieri con il ministro Cartabia durato 4 ore, di porre un limite a questa trattativa.

Venerdì si andrà in Parlamento, con o senza accordo, e avrà inizio la discussione generale. Per il voto finale bisognerà attendere sabato o l’inizio della prossima settimana. Sarà a quel punto che Draghi peserà la lealtà dei partiti, la capaicità di rispettare la parola data. Una cosa è certa: non ha intenzione di sottostare ai ricatti dei partiti, di farsi logorare da una trattativa che non pensa possa in ogni caso accontentare tutti. Troppo diversi gli interessi dei protagonisti della maggioranza, addirittura opposte le loro istanze, per credere che un dialogo possa portare a qualcosa di molto meglio della mediazione firmata Cartabia.

Per questo è pronto a suonare il gong ai partiti e ai loro leader: che si sbrighino, Palazzo Chigi non temporeggia, non più.

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