Quando il governo Conte ci stava facendo saltare le Olimpiadi

Nessun Gimbo Tamberi che vola sulla Luna. Nessun Marcell Jacobs che trionfa nella finale dei 100 metri firmando probabilmente l’impresa più grande dello sport azzurro. L’Italia, è bene ricordarlo, a queste Olimpiadi ha rischiato di non andarci.

Tutta colpa della riforma dello sport di marca Lega-M5s che ha tolto autonomia e competenze al CONI. Nonostante i moniti del CIO, che da subito era stato chiaro con il governo: o rispettate la Carta Olimpica oppure a Tokyo l’Italia non avrà la bandiera e non potrà sentire risuonare l’inno in caso di vittoria di un suo atleta.

Per non parlare del rischio, concreto, che il CIO decidesse di non finanziare le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 per la modica cifra di 900 milioni di euro.

Dopotutto perché avrebbe dovuto dare soldi ad un Comitato Olimpico che non rispettava le sue leggi?

Giuseppe Conte, comune denominatore tra il governo gialloverde che aveva creato il problema e quello giallorosso che non era stato in grado di risolverlo, aveva pensato bene di prendere il dossier più scottante e di riporlo in un cassetto, certo che così facendo si sarebbe raffreddato. E che magari, come per magia, il tempo si sarebbe preso la briga di calargli dall’alto una soluzione.

Grazie a questo mouds operandi il CONI ha rischiato di essere sospeso dalle Olimpiadi: sanzione riservata a nazioni quali Bielorussia, Russia per lo scandalo doping e, all’epoca, Iraq.

C’è voluta la pressione della stampa e dell’instancabile di Giovanni Malagò, numero uno del CONI, per costringere il vecchio governo a non umiliare lo sport italiano. Sì, quel Giovanni Malagò che ieri ha passato a Jacobs e Tamberi la telefonata di Mario Draghi…

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