“Draghi al Colle e torniamo”: il piano di Conte per riprendersi Palazzo Chigi

Rinvigorito dall’elezione a presidente M5s, entusiasta all’idea di poter presto iniziare il suo “tour” – dire “giro” era chiedere troppo – per l’Italia, pronto a spingere sull’acceleratore per la scuola di formazione politica. Così viene descritto Giuseppe Conte in queste ore.

Ma se è vero che dall’azione quotidiana passano i traguardi più ambiziosi, lo è pure che in questi giorni l’avvocato pugliese è impegnato con quella che gli esperti definirebbero “grand strategy“. Di fatto la strategia fondamentale, l’obiettivo da perseguire per mezzo della tattica.

Ma senza perdersi in un discorso troppo “articolato” – per usare un altro termine caro a Conte – qual è il piano che ha studiato Conte? Eccolo, di seguito.

Iniziato il semestre bianco, preso atto dell’impossibilità di sciogliere le Camere fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica, Conte cercherà di volgere a proprio vantaggio l’attuale situazione. Come? Sebbene non lo ami, per usare un eufemismo, cercando di spedire Mario Draghi al Quirinale.

Convinto com’è che Sergio Mattarella non concederà né un bis pieno né una breve estensione del suo mandato, Conte chiederà che a garantire per lo Stato vada l’unica personalità di provata garanzia per tutte le forze politiche che hanno sostenuto questo governo: Mario Draghi, appunto.

Lo farà sapendo di poter trovare poche opposizioni al suo ragionamento, certo che l’autorevolezza del premier sgombrerebbe dal tavolo tutte le altre potenziali candidature.

Ma come si spiegherebbe tale mossa apparentemente incoerente alla luce delle tensioni tra Conte e Draghi di queste settimane? Semplice, con la consapevolezza di non poter attendere troppo a lungo per tornare al voto. Troppo lontana la fine della legislatura, fissata nel marzo del 2023, per sperare di capitalizzare il consenso figlio dell’esperienza a Palazzo Chgi.

Il rischio più grande che può correre Conte è dunque quello che si traduce nel seguente schema: Mattarella che segue le orme di Napolitano, restando fino allo scioglimento naturale delle Camere, e Draghi che rimane appunto fino al 2023, per mettere al sicuro il Recovery Plan e il Paese.

Da qui la necessità di spingere Draghi fino in cima al Colle più alto della politica italiana, ben sapendo che nessuna personalità all’infuori dell’ex governatore della BCE potrebbe garantire per questa maggioranza così eterogenea, portando inevitabilmente il nuovo capo dello Stato – lo stesso Draghi – a mandare il Paese alle urne come primo atto della sua esperienza al Quirinale.

Al voto, secondo questo piano, si andrebbe dunque già nel 2022, con Conte pronto a giocare la sua prima vera partita elettorale – quella per la presidenza M5s non viene considerata tale da questo blog – inseguendo il bottino grosso: la carica di presidente del Consiglio.

La premiership nella coalizione di centrosinistra andrà a chi, tra lui e Letta, prenderà un voto in più: e Conte è ragionevolmente convinto di riuscire a spuntarla. Per quel che riguarda il governo del Paese, poi, è certo che dinanzi alla prospettiva di affidare il potere ad uno tra Salvini e Meloni, gli italiani – anche gli indecisi – si affiderebbero a lui per scongiurare un pericolo democratico.

Ecco perché, tra quanti sono vicini all’avvocato, il ritornello suona più o meno così: “Spediamo Draghi al Colle e poi torniamo a Palazzo Chigi“. Detta così sembra facile da realizzare: di mezzo c’è la politica.

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