Ahmad Massoud: chi è “il figlio del Leone”, l’ultima speranza per l’Afghanistan

La somiglianza è impressionante. E a dire il vero Ahmad Massoud non fa nulla per nasconderla. Perché lui è il figlio di suo padre, Ahmad “Shah” Massoud.

A separarli c’è solo quello “Shah“, appunto, ponte tra Ahmad e Massoud. Eppure un dettaglio non è: perché vuol dire capo, comandante, re.

Se il giovane Ahmad sarà degno di rappresentare per l’Afghanistan ciò che è stato il padre, lo dirà solo il campo di battaglia. Perché è questo che lo attende e a cui tende.

D’altronde è o non è il figlio del “Leone di Panjshir“?

A Kabul, in questi giorni, dinanzi all’avanzata talebana, i più anziani hanno sospirato: “Ah, se solo ci fosse stato Massoud“. “Ma un Massoud c’è“, ha ripetuto a sé stesso l’erede designato, il giovane uomo che oggi incarna l’ultima, disperata, speranza di un Afghanistan libero dai Taliban.

Per una vita è stato addestrato in funzione di questo momento. Quel momento che sapeva sarebbe venuto. Quel momento che è infine arrivato.

La linea del suo destino è cambiata quando il padre venne tradito e ucciso da due terroristi. Si finsero giornalisti, attesero per giorni chiedendo di essere ricevuti per un’intervista. Poi Massoud padre li accolse, senza fare in tempo a capire che la telecamera nascondeva una bomba, saltando in aria insieme ad uno dei kamikaze.

Regalo d’addio di Osama bin Laden, l’uomo che due giorni più tardi cambiò la storia del globo con l’attacco dell’11 settembre. Qualcuno disse che uccidere Massoud significava lanciare un oscuro presagio all’America su quanto sarebbe avvenuto. Altri attribuirono al signore del Male un atteggiamento più pragmatico: sapeva che gli USA avrebbero reagito, meglio almeno eliminare un cliente difficile come Massoud.

Massoud, sì, l’uomo che aveva sconfitto i sovietici, l’uomo che aveva battuto i Talebani.

Cresciuto nel mito del padre, istruito fin da bambino a raccoglierne l’eredità, il piccolo Ahmad commentò a caldo: “Ora devo prepararmi, devo studiare, capire, essere all’altezza del futuro“. Aveva 11 anni.

Così è stato curato con la dedizione che si riserva ad un “predestinato“. Ed è così che lo trattano ancora oggi i capi anziani che lo hanno visto tornare nei villaggi del Panjshir. Sono i luogotenenti che hanno combattuto accanto al padre, gli stessi che hanno raccontato ai propri figli la storia leggendaria di Ahmad Shah Massoud, l’invincibile ucciso solo con l’arma del tradimento.

Ora sognano un nuovo futuro, guardando al passato. Lo hanno già fatto una volta, anzi due, e al riparo degli inviolabili monti Hindu Kush, organizzano la “Resistenza”.

A guidare tutti c’è lui, il “predestinato”, che ha incontrato persone, stretto mani, cercato di provare con le parole che la genetica ha un senso, che il carisma del leader si è trasferito da una generazione ad un’altra, senza esserne minimamente intaccato.

Ma ora i discorsi non contano. La prova del nove sarà questione di vita o di morte. E lui, che ha studiato tra Iran e Inghilterra, ha già compreso che la tecnica della guerriglia che tanti successi regalò al padre, da sola stavolta non basterà. Per questo si è mosso da politico. Ha scelto una rivista francese – perché francese era il liceo dove il padre condusse i suoi studi – e poi ha rivolto un appello ai signori del mondo: “Parlo a tutti voi, in Francia, in Europa, in America, nel mondo arabo, altrove, che tanto ci avete aiutato nella nostra lotta per la libertà, contro i sovietici in passato, contro i talebani vent’anni fa. Voi, cari amici della libertà, ci aiuterete ancora una volta come in passato?“.

Nessuno ha ancora risposto, ma Massoud sta già ricostruendo quella “Alleanza del Nord” che riconobbe nel padre il suo condottiero. Conta sul fatto che l’Occidente non si fiderà dei Talebani, che un minimo sostegno dovrà arrivare. Non chiede tanto. Al resto penseranno i suoi uomini, ispirati da un passato che si è fatto presente, che spera di trasformare in futuro.

Lui, dall’ultima provincia sfuggita al controllo talebano, promette di esserci per l’Afghanistan comunque vada. Fino alla fine. E’ tempo, tempo di capire, se il figlio del Leone di Panjshir sa ruggire.

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