In risposta alle frottole di Di Battista sui Talebani

La Santa Alleanza è adesso completa. Mancava l’editoriale di Alessandro Di Battista, dal Guatemala o chissà dove, per suggellarla. Così, dopo la proposta di un “dialogo serrato” con i Talebani targata Giuseppe Conte, ecco arrivare l’imperativo del Che Guevara di Roma Nord: “Bisogna parlare con loro. Punto”.

La tesi è espressa in un saccentismo collaudato, marchio di fabbrica di tutte le analisi del “Dibba”. Di fatto, ci spiega il noto “attivista-ex parlamentare-leader in pectore di un futuro Movimento-senza macchia e senza paura”, chi ha a cuore gli interessi del popolo afgano dev’essere pragmatico in questa fase e accettare che la guerra si è persa. Dunque, avviare il dialogo con i Talebani.

Ancora una volta, insomma, Di Battista ricalca le posizioni di Donald Trump, lo stesso Trump che ha iniziato a condannare milioni di afgani con l’accordo di Doha, siglando con loro un’intesa che ha escluso il governo afgano e ha messo nero su bianco la sola e unica priorità americana: lasciare il Paese il prima possibile.

I risultati sono quelli che stiamo vedendo in questi giorni: drammatici, con la collaborazione di un Joe Biden che ha assunto la scelta certamente migliore per gli Stati Uniti, la peggiore per un Paese che ambisca al ruolo di superpotenza riconosciuta e soprattutto “rispettata” nel resto del globo.

Non voglio soffermarmi più di tanto sui marchiani errori di valutazione commessi da Di Battista nel suo intervento su TPI. Vi basti sapere che ha scritto che la guerra del 2001 è nata per creare “un avamposto Usa in un Paese geo-politicamente strategico“. A tal proposito attendo di sapere perché, dopo aver fatto tutta questa fatica, dopo aver investito miliardi di dollari, aver visto migliaia di propri figli, gli americani scelgono ora di lasciarlo, questo avamposto strategico. Siccome so che una risposta in questo senso non arriverà, ve lo dico io: è proprio perché l’Afghanistan a livello geopolitico per gli Usa non conta e non è mai contato nulla, che adesso vanno via.

Ma torniamo ai Talebani. Di Battista dice di trovare “stomachevole scandalizzarsi per come i talebani trattano le donne e fare affari con i sauditi o considerare un “principe del rinascimento” Mohammad bin Salman, colui che ha ordinato l’assassinio e il conseguente smembramento del giornalista Khashoggi“. Devo dire che ha ragione, almeno in parte. Mi spiego: dal mio punto di vista è sì stomachevole parlare con bin Salman, ma lo è pure farlo con i Talebani, con un gruppo che reputa “indecente” che ragazzi e ragazze studino in classe insieme, che impedisce alle donne di uscire da sole, di mostrare in pubblico il volto e le mani.

Di Battista però insiste, sottolineando di essere disposto – da eroe qual è, come tutti ben sappiamo – a “scrivere verità scomode” piuttosto che “accodarmi a un esercito di sepolcri imbiancati che non dovrebbero neppure pronunciare la parola “Afghanistan” dopo aver difeso una guerra scellerata“. La realtà è che nel suo articolo è difficile rintracciare una verità che sia una se non sforzandosi. E il gran mistero è capire se Di Battista queste cose le pensa davvero, e allora è grave e bisogna che qualcuno gli consigli altre letture; o se invece siano frutto di una rivisitazione dellle cose s0trumentale che, per qualche strana circostanza a me ignota, gli va di diffondere. In quest’ultimo caso qualcuno dovrebbe scritturarlo come sceneggiatore: perché bisogna ammettere che leggendo il discorso fila, e che se non fossimo informati abbastanza sull’Afghanistan beh, potremmo anche finire per credere alle frottole che ci racconta.

Attenzione, con questo post non voglio dire che con i Talebani, ad un certo punto, non bisognerà parlare. La disastrosa gestione di questi giorni ci porta in effetti sempre più vicini al precipizio di questa soluzione. Prima, però, io mi prenderei la briga di aiutare in ogni modo possibile ed immaginabile la resistenza afgana rappresentata da Ahmad Massoud. Nel silenzio generale, nelle ultime ore, da soli, hanno riconquistato tre distretti. Nel corso della storia hanno già sconfitto i Talebani, potrebbero farlo di nuovo, se solo l’Occidente si prendesse la briga di assicurargli assistenza, ovvero munizioni e rifornimenti.

Parlare con i Talebani dovrebbe essere considerata l’ultima opzione, l’arma della disperazione. E non perché siamo offuscati dalla nostra arroganza, non perché non vogliamo dare ragione a Conte o Di Battista, ma perché fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità prima di condannare milioni di donne, ragazzi, ad un’esistenza fatta di atrocità e paura, orrore e incubo allo stato puro, è anche l’unica possibilità che ci resta.

Per cosa? Non tanto per salvarci la faccia – quella l’abbiamo purtroppo già persa – ma quanto meno per lavarci un po’ la coscienza, per poterci guardare allo specchio senza pensare, ogni giorno, di aver consegnato degli innocenti ad uno dei gruppi più sanguinari che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto.

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