Parla Alessandra Moretti: “Così ho salvato 24 tra donne e bambini dall’orrore talebano”

Chi fa questo mestiere può benissimo ingannarvi. Dirvi che tutte le interviste sono uguali: bellissime, sensazionali. Io vi dirò la verità: e cioè che ogni tanto, solo ogni tanto, si ha la fortuna di emozionarsi. Come in questo caso.

Quelli che ho condiviso con l’onorevole Alessandra Moretti sono momenti di umanità che restano, che scavano nella coscienza, che grattano via almeno in parte la corazza che ognuno di noi si costruisce per riuscire a stare al mondo. E che nel farlo un po’ feriscono. Già, addirittura. Perché portano a riflettere sulla nostra condizione di “privilegiati”. Noi, quelli nati nello spicchio di Pianeta giusto. Noi che non siamo Zhara, Rahila, ragazze afgane, attiviste per i diritti, colpevoli unicamente di essere venute alla luce in una terra bella e maledetta. Noi che non siamo Yasar, giovane presidente dell’Istituto per la Pace dell’Afghanistan, Paese che la pace non sa nemmeno cosa sia. Noi che non siamo tutti gli altri, coloro che hanno perso l’aereo che cambia la vita per una manciata di minuti. Noi che oggi dobbiamo dire grazie ad Alessandra Moretti, per aver fatto al nostro posto ciò che avremmo voluto e non abbiamo saputo fare. Mettere in salvo degli innocenti. Ventiquattro, per la precisione.

D. Onorevole, mi spiega com’è nata quest’operazione di salvataggio?

M. Io mi sono trovata direi casualmente all’interno di questa “avventura”. Sono stata contattata da alcuni familiari di ragazze e ragazzi afgani, che oggettivamente si trovavano in una situazione di grande pericolo perché in questi ultimi 20 anni si erano sempre impegnati moltissimo per i diritti civili e per i diritti umani. Una volta ricevute le loro segnalazioni mi sono ritrovata all’interno di una cosa molto grande, di enorme responsabilità, a cui non sono riuscita a sottrarmi. E’ prevalso in me il senso del dovere, il sentimento anche di solidarietà nei confronti di un popolo che di fatto veniva abbandonato dall’Occidente e dall’Europa.

D. A quel punto cos’ha fatto?

M. Ho attivato tutti i canali e le conoscenze possibili all’interno del ministero della Difesa e degli Affari Esteri e, con il grande supporto dello staff militare presente in Afghanistan, a Kabul in particolare, e dello staff diplomatico, sono riuscita ad aiutare 24 persone.

D. Mi risulta che fossero in tutto sette fino a pochi giorni fa.

M. Erano sette donne con 5 bambini e adesso siamo arrivati a salvarne altre 12.

D. Mi descriva quei frangenti.

M. Sono state ore, notti e giorni davvero tragici. Io avevo i numeri di telefono di queste persone. Era necessario averli perché il nostro team aveva bisogno oltre che dei loro documenti anche dei loro numeri di telefono per poterle contattare. Abbiamo istituito una chat con all’interno le persone che dovevamo mettere in salvo e dei contatti diretti. Attraverso questi contatti io sono riuscita a condurre queste ragazze, in giorni diversi, perché quest’operazione è nata il 14 agosto, nel posto giusto, di raccolta, all’aeroporto di Kabul.

D. Concretamente, come ha fatto?

M. Le ho dovuto guidare attraverso messaggi vocali, mappe inviate, foto, restando sempre in contatto diretto con il vice console Tommaso Claudi, che mi ha dato una grandissima mano, come l’ha data a tutti coloro che chiedevano a lui una mano. E di fatto però c’era bisogno di sostenere anche psicologicamente queste ragazze: erano sole, terrorizzate. Alcune sono state 48 ore in aeroporto prima di riuscire ad essere salvate, in condizioni pazzesche perché c’erano i Talebani che frustavano, che minacciavano con le armi, che sparavano…Io ho dei vocali pazzeschi, dove si sentono gli spari, la gente urlare e gridare. Molte di queste giovani donne avevano con loro i bambini. Sono state notti veramente incredibili.

D. Lei è una politica di esperienza. Ma è prima di tutto una persona con una sensibilità. Cosa le ha lasciato questa esperienza?

M. Ho provato emozioni fortissime, che non avevo mai provato in vita mia e che ho liberato in dei pianti lunghissimi che ho fatto non solo con loro, quando piangevano disperate al telefono, ma anche quando ho saputo che si erano salvate. Un pianto di gioia ma anche di grande dolore e sentimento di ingiustizia per quelle che non ce l’hanno fatta.

D. Ecco, a proposito di chi non ce l’ha fatta: secondo lei c’è ancora speranza o è finita per chi è rimasto a Kabul?

M. Dopo gli attentati è molto difficile che il ponte aereo prosegua. Molto dipende anche da cosa faranno gli americani a cui anche l’Italia è agganciata. Io non mi sono fermata continuando ad inviare allo staff della Difesa, ricevendo peraltro sempre risposta, le richieste di persone che erano già in lista e che non sono riuscite a partire. Il dramma è stato che di fatto questi due attentati hanno rallentato e poi stoppato anche il ponte aereo per chi era già in lista e non è riuscito ad arrivare in aeroporto.

D. Lei dunque è rimasta operativa anche nel giorno delle esplosioni?

M. Le faccio solo un esempio: Yasar, un giovane presidente dell’Istituto per la Pace dell’Afghanistan, siamo riusciti ad imbarcarlo con l’ultimo volo che è decollato tre minuti dopo dal secondo attentato.

D. Qual è la lezione che dobbiamo trarre dalla vicenda afgana?

M. Abbiamo visto che i diritti acquisiti non sono per sempre. Possono svanire in meno di una settimana. Per questo vanno difesi e custoditi. Questo per per me oggi significa essere una femminista: aiutare le donne che nel mondo lottano per la libertà, i diritti e la democrazia.

D. Un’ultima domanda, onorevole Moretti: quando sarà, con più calma, pensa di incontrare le donne che ha salvato o considera il suo compito esaurito?

M. Lo farò, lo farò. Siamo costantemente in contatto, mi scrivono tutte come se fossero mie sorelle. Mi scrivono dove sono, come stanno, cosa stanno facendo…Adesso sono arrivati tutti in Italia, stanno facendo il periodo della quarantena, mi mandano sempre dei grandissimi abbracci, dei grandi cuori. C’è un legame. Quando si vivono insieme certe esperienze…sono per sempre. Io posso dire che le incontrerò, le seguirò e le aiuterò ancora in tutte le fasi in cui loro avranno bisogno di me.

D. Nel frattempo, la ringrazio io per loro.

La telefonata si chiude qui. L’emozione e la commozione prendono il sopravvento su entrambi. Vi avevo avvisato: ci sono interviste ed interviste.

Zhara, giovane attivista per i diritti civili tratta in salvo da Alessandra Moretti
Yasar, presidente dell’Istituto per la Pace dell’Afghanistan, è stato tratto in salvo assieme alla sua famiglia
Rahila, altra attivista per i diritti salvata dall’on. Alessandra Moretti

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