Parla Margelletti: “Attentati in America? Possibili. E su Ahmad Massoud dico…”

Torno a sentire il professor Margelletti, presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali, punto di riferimento assoluto quando si parla di terrorismo e geopolitica. Dall’ultima volta che ho parlato con il consigliere strategico del ministro della Difesa, la situazione in Afghanistan è peggiorata ulteriormente. Le sue parole, quel “saremmo dovuti restare per sempre“, risuonano oggi come un memento che ha trovato conferma nella tragica cronaca di queste ore.

D. Professore, su un punto siamo d’accordo: la decisione di lasciare l’Afghanistan, peraltro in maniera così frettolosa, è stato un errore da parte dell’amministrazione Biden. Mettiamo però per un attimo da parte questo aspetto. Secondo Lei le critiche rivolte in questi giorni al presidente americano per la gestione “sul terreno” del ritiro delle truppe USA sono legittime o non si poteva pretendere di più in questa fase?

M. Tutto si può criticare ma probabilmente a Biden non può essere imputato l’attentato, che è avvenuto al di fuori dell’area controllata dalla coalizione: quindi non hanno una responsabilità diretta gli americani. Certamente l’immagine che hanno dato su alcune fasi, di grande confusione, ha lasciato immaginare che la pianificazione militare del ritiro sia stata estremamente accelerata e con elementi di non chiarezza. Desidero far notare che l’azione svolta dall’Italia e coordinata dal generale Portolano, Comandante del Comando Operativo del Vertice Interforze, con risorse e mezzi ben diversi da quelli americani, si è svolta in maniera straordinaria. Ancora una volta il mondo deve ammirare e guardare all’Italia. Credo che i generali statunitensi avrebbero solo da guadagnarci a fare due chiacchiere con il generale Portolano.

D. Notizia di due giorni fa: l’allerta dell’intelligence statunitense rispetto al pericolo di attentati sul suolo americano. Tre le minacce individuate: primo, infiltrazioni jihadiste tra i profughi; secondo, cellule dormienti che si riattivano “ispirate” dagli accadimenti in Afghanistan; terzo, suprematisti bianchi desiderosi di reagire dinanzi a quella che vedono come una “sostituzione etnica”. Pensa siano scenari credibili?

M. Ho qualche difficoltà ad immaginare la questione di infiltrati all’interno del mondo dei profughi proprio perché i Talebani non hanno mai avuto particolare interesse a colpire l’Occidente e non ne vedrei in questo momento il motivo. Mi ricorda un po’ la storia dei terroristi sui barconi. Abbiamo urlato “al lupo, al lupo!” per anni finché qualcuno statisticamente è arrivato, ma questo non vuol dire si abbia ragione. Se uno dice per 10 anni che piove, prima o poi pioverà. Per quanto riguarda le cellule terroristiche negli USA e i suprematisti bianchi questo è molto più probabile per due ordini di ragioni opposte ma eguali.

D. Me le dica.

M. Gli Stati Uniti hanno mostrato in questo momento una grande difficoltà. Sia a livello internazionale, e quindi certamente cellule jihadiste possono volere far vedere che sono attive sul territorio americano. Sia a livello di gestione del potere con la nuova amministrazione. E quindi questo rientra nell’ambito del cosidetto mondo “QAnon” che va dai no vax ai suprematisti bianchi.

D. Ieri lo strike americano, volto ad evitare un nuovo attentato all’aeroporto di Kabul, ha prodotto anche delle vittime civili, compresi bambini. Che ne pensa?

M. Io dico solo che la guerra è una cosa sporca. Immaginare una guerra come un videogame, dove se non ti piace l’ultima azione che hai svolto torni all’ultimo checkpoint salvato, beh, non è così. Noi siamo abituati ad avere il filtro dei film, dove c’è sempre la storia d’amore, l’eroe che spara un milione di colpi di proiettile senza essere mai ferito, all’essere sempre moralmente giusti. Ma è la guerra ad essere immorale, non le azioni che la caratterizzano. Ed è per questo che non possiamo immaginare azioni militari all’interno di una città come qualcosa che non ci deve riguardare. Gli americani hanno colpito un’auto carica di persone che volevano farsi esplodere all’aeroporto: naturalmente quell’auto, carica di esplosivo, una volta colpita è esplosa. Il fatto che siano morti conseguentemente anche dei civili, è purtroppo un fatto che dobbiamo mettere in conto. Pensi quanti ne sarebbero morti in un attentato se 5 o 6 persone con il giubbotto esplosivo si fossero fatte saltare in aria. Non le sto dicendo che è stato un bene, le sto dicendo che dobbiamo riconoscere come la guerra non possa essere quella dei videogame e dei film.

D. Un’ultima domanda professore. Mi dica di Ahmad Massoud. Quante possibilità ha secondo lei il leader della resistenza nel Panjshir di dimostrarsi all’altezza del padre? Secondo lei l’Occidente dovrebbe raccogliere la sua richiesta di sostegno?

M. Guardi, soltanto il tempo e le sue azioni potranno dire se sarà all’altezza del padre. Dall’altra parte ho la forte sensazione che finita l’operazione umanitaria, tutti i governi avranno voglia di girare una pagina triste, che si è chiusa in maniera ingloriosa e squallida, come quella afgana. Non ho sensazione che in questo momento si vogliano rimandare soldati in Afghanistan a combattere con Massoud. Potranno esserci un po’ di aiuti per permettere a lui di sopravvivere, ma in questo momento nessuno ha voglia di morire per Kabul.

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