Se Putin il cattivo è l’unico ad aiutare Ahmad Massoud

Leggere l’intervista di Repubblica all’ambasciatore dell’Afghanistan in Tagikistan – ma forse sarebbe più giusto dire “ex” ambasciatore – è illuminante. Fornisce l’occasione per riflettere sulla relatività delle nostre convinzioni. Sul fatto che in geopolitica l’assoluto non esiste.

Così, mentre l’Occidente dei “buoni” a prescindere – “noi”, per intenderci – lascia l’Afghanistan in mano ai Talebani, la sola speranza per l’ultima sacca di resistenza nel Paese, la valle del Panjshir, diventa la Russia del “cattivo” per antonomasia: Vladimir Putin.

L’ambasciatore Mohammad Zahir Aghbar assicura: “Abbiamo ricevuto la promessa dal presidente russo che se i talebani dovessero sfondare le nostre difese, lui invierebbe caccia Sukhoi a difenderla“. Oltre a quella indiana, che si oppone ai Talebani poiché considerati strumento nelle mani del nemico atavico Pakistan, quella russa è l’unica disponibilità per il momento offerta alle truppe di Ahmad Massoud, il figlio del Leone del Panjshir.

Attenzione, Vladimir Putin non si è appena trasformato in un sincero democratico. Ha certamente ravvisato un interesse – russo – nell’evitare che i Talebani assumano il pieno controllo dell’Afghanistan. Ma tant’è: mentre l’Occidente batte in ritirata, fa mostra di aver dimenticato i motivi – i “valori” – che negli ultimi 20 anni l’hanno portato a sacrificare la vita di migliaia dei suoi ragazzi, Putin è garante dell’unica causa da supportare in Afghanistan: quella di Ahmad Massoud.

Fatti, cronaca, zero interpretazioni: fa male dirlo, ma dopo questa debacle non siamo più in grado di dare lezioni di umanità a nessuno. Proprio a nessuno.

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