Salvini in processione da Draghi: il retroscena, “almeno non metta la fiducia”

Al di là dei proclami, Matteo Salvini ha accusato il colpo. Mario Draghi lo ha pressoché distrutto con 3 sole frasi nell’ultima conferenza stampa. E l’orizzonte, per il leader della Lega, promette tempesta. L’obbligo vaccinale è solo l’ultimo dei temi su cui il leader del Carroccio sconta la difficoltà di mettere d’accordo tutte le anime del suo partito. E questo al netto della concessione fatta dallo stesso premier (“La Lega è una e il capo è Salvini“).

No, non è semplice per Salvini tenere insieme le diverse sensibilità che abitano un partito che si pensa nazionale ma è la sommatoria di tante realtà locali sfilacciate l’una dall’altra.

Così, proprio mentre cercava in pubblico di sfoggiare i muscoli e tenere la barra dritta sul no all’obbligo vaccinale, ecco in privato arrivare la richiesta, come confermato dal Corriere della Sera, al capogruppo leghista Molinari: contattare il ministro per i Rapporti con il Parlamento D’Incà e farsi portavoce con Draghi della richiesta di evitare quanto meno il voto di fiducia sul provvedimento alla Camera. Un metodo che consentirebbe alla Lega di fare un po’ di chiasso, di presentare alcuni emendamenti “bandiera”, salvo poi chinare il capo come accaduto sul Green pass.

A chiarire il perché e il per come di questo atteggiamento ondivago, è stato il governatore del Veneto, Luca Zaia, ribadendo che “non ha senso stare in un gabinetto per l’emergenza sanitaria e poi assumere certe posizioni“. Insomma, se mai Salvini romperà con Draghi sarà su un tema politicamente più caratterizzante: i migranti (ma ormai l’estate è finita), il Fisco, le pensioni, per fare un po’ di esempi. Ipotesi, comunque, che ad oggi rimangono allo stato gassoso, perché il leader del Carroccio ha scelto obtorto collo ma con cognizione di causa di sostenere il governo Draghi. Lo ha fatto nella consapevolezza che questo suo “sacrificio” sarebbe stato l’unico in grado di assegnargli una parvenza di “presentabilità”, qualora un giorno dovesse vincere le elezioni.

Per questo ogni giorno combatte con l’istinto che gli suggerirebbe di “tornare il Salvini di sempre”, di non lasciare praterie a Giorgia Meloni nell’elettorato che un tempo guardava al “Capitano” come unico punto di riferimento. Allo stesso modo, però, l’essere sempre in bilico tra un Salvini di lotta e uno di governo fa sì che gli altri partiti di maggioranza abbiano gioco facile a denunciarne l’incoerenza e l’inaffidabilità, così vanificando tutti gli sforzi di cui sopra.

Ecco perché Salvini si affida alla magnanimità di Draghi: “Che almeno non metta la fiducia alla Camera? Quando ci fa sapere D’Incà?“.

DEVO CHIEDERTI UNA MANO

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