Assalto al Patto di Stabilità: Draghi, “coi tedeschi parlerò io”

Il bersaglio grosso è stato messo nel mirino da tempo. Ma è da ieri, da quando a Cernobbio Paolo Gentiloni ha professato il convincimento di modificare tempistica e prescrizioni indicate nei Trattati per raggiungere l’obiettivo della riduzione del rapporto debito/pil verso il 60%, che adesso è chiaro a tutti come la prossima partita a livello europeo si giocherà sul Patto di Stabilità.

Mario Draghi d’altronde aveva già lanciato dei segnali in questo senso. Prima del Consiglio UE di giugno aveva commentato laconico: “Il Patto di Stabilità non si ripresenterà nella stessa forma di prima“. Era la conclusione di chi la sa lunga, di chi è consapevole che le regole sono fatte sì per essere rispettate, ma a ben vedere anche per essere riscritte qualora si dimostrino poco aderenti alla realtà contingente. Ed è un dato di fatto che paletti imposti nel 2012 vadano rivisti 10 anni dopo, alla luce degli stravolgimenti che il Covid ha portato nelle società e nelle loro economie.

Attenzione però: chi vorrà rivedere il Patto, dovrà lavorare di fioretto. Questo significa che il tetto del 60% sul pil non verrà toccato. Farlo – o meglio, tentare di farlo – significherebbe provocare l’allarme rosso tra i governi ma anche tra le stesse opinioni pubbliche dei Paesi rigoristi o frugali che dir si voglia. Meglio allora intervenire sulle norme di rientro al di sotto di quella soglia, sull’insieme di regole che prende il nome di “six pack”. A far propendere per tale approccio è anche il fatto che per varare una modifica di questo tipo è necessaria non l’unanimità ma una maggioranza qualificata, che Draghi è fiducioso di mettere insieme.

Ne ha accennato a Macron già a Marsiglia, e la Francia condivide la linea dell’Italia. Dalla loro ci sono come sempre i Paesi Mediterranei, ma tutti sanno, in primis Draghi, che per rivedere il Patto sarà necessario un accordo con la Germania. Così com’è accaduto per il Recovery Fund, il sì teutonico sarà decisivo per arrivare alla meta. Qui però sorge l’intoppo: questione di giorni e Angela Merkel si farà da parte, lasciando un vuoto di leadership che tanto la Germania quanto l’Europa dovranno dimostrare di saper colmare.

Inutile dunque perdersi in voli pindarici oggi, fare i conti senza l’oste. Bisognerà attendere le elezioni federali prima, e la formazione di un governo tedesco poi, per avere un quadro della situazione chiaro e studiare le mosse da compiere nel consesso europeo. Questione di mesi, insomma, perché un esecutivo in Germania rischia di non vedere la luce fino a dicembre. Sul dopo, come ha già chiarito a Macron, Draghi non nutre particolari dubbi: “Con i tedeschi parlerò io”. Visti i precedenti, c’è da fidarsi.

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