Perché “siamo tutti americani”, ancora

Dal Corriere della Sera a Le Monde: all’indomani del giorno che cambiò il globo, giornali d’ogni angolo del Pianeta affermarono certi di interpretare il sentimento comune: sì, dinanzi alla tragedia degli attacchi dell’11 settembre “siamo tutti americani“.

Lo eravamo, sinceramente, profondamente.

Talmente convinti di esserlo da accapigliarci, noi, satelliti di ogni dimensione, per attivare la clausola NATO secondo cui quando un alleato viene attaccato tutti gli altri accorrono in suo soccorso. Circostanza anche divertente, se non fosse stata immersa in una tragedia senza precedenti: l’America aveva già deciso di reagire, non aveva bisogno del nostro supporto, figurarsi del nostro permesso.

Oggi, a 20 anni dall’incubo che ci fece sentire tutti più esposti al terrore del Male, inermi dinanzi alla possibilità che le nostre vite potessero essere spazzate via dal fondamentalismo islamico, financo sorpresi all’idea che qualcuno potesse odiarci al punto da sacrificare la propria esistenza per distruggere la nostra, tutte le nostre certezze sono crollate.

E non solo per colpa nostra.

L’America attanagliata dal malessere di un impero stanco, alterna la volontà di dominio al desiderio di uscire dal mondo. Sa di non avere scelta: non c’è numero Uno che possa ritirarsi in maniera indolore. Perché il 2 e il 3, e tutti gli altri su cui ha schiacciato il proprio tallone in passato, si avventerebbero sulle sue carni, facendo a gara per gustare la vendetta più agognata.

Il risultato di questo vicolo cieco, di questa impossibilità di scelta, è che gli Stati Uniti si esibiscono in un atteggiamento bipolare. Promettono un giorno di essere tornati (“America is back“) gli amici di sempre. Ma l’indomani ci deludono lasciando l’Afghanistan – non senza le loro ragioni – dimostrando coi fatti che in fondo in politica estera il presidente conta tanto quanto: in fondo è sempre e solo “America first“.

La reazione di noialtri è quella di uno spaesamento che non si cura con una pacca sulla spalla: una cospicua parte dell’opinione pubblica europea ha smarrito il sentimento nei confronti dell’America. Così, come accaduto in Italia, si concede il lusso di pericolose scappatelle con la Cina. O flirta con la sempre affascinante potenza russa. Non mettendo in conto la reazione del partner tradito – per quanto scostante, ma pur sempre partner – a tutt’oggi, per quanto bucherellato, unico ombrello credibile per la nostra sicurezza.

Sì, è inutile negarlo: qualcosa si è rotto, forse per sempre. Ma non possiamo in alcun modo dimenticare il rapporto che ci lega. Migliaia di giovani americani hanno perso la propria vita sui campi di battaglia italiani ed europei per la libertà: la nostra.

I valori che ci legano sono ancora un collante che non possiamo ignorare, a maggior ragione in un mondo in cui avanzano regimi profondamente lontani dal nostro concetto di democrazia.

Resistere, anche quando un rapporto accusa la fatica del tempo. Restare, provare a capire, a migliorare. La geopolitica è in fondo l’evoluzione su larga scala dei rapporti tra esseri umani.

L’11 settembre del 2001 non abbiamo avuto esitazioni nel comprendere quale fosse il nostro posto nel mondo, quale fosse la parte giusta della storia. A 20 anni da quell’incubo, non possiamo ignorare che il terrorismo non sia stato sconfitto, non possiamo far finta di non vedere che il mondo è un posto ancora più pericoloso di quella soleggiata mattina di settembre a New York.

Concediamoci, allora, di mettere un punto interrogativo alla fine della frase: “Siamo tutti americani?”.

Ma poi la risposta, senza esitazioni, sia ancora sì.

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