Dialogo con Maselli: “Perché la Francia è così arrabbiata per Aukus. L’Italia? Ha un problema…”

Quando parlo con Francesco Maselli, la notizia del richiamo degli ambasciatori francesi da Stati Uniti e Australia non è ancora arrivata. Ma al telefono con uno dei massimi esperti in circolazione di Francia (consiglio caldamente la sua newsletter “Marat“), pur parlando di sottomarini, viene subito a galla il fatto che la svolta geopolitica dell’anno, Aukus abbia riservato a Parigi una delusione che non è solo economica e per certi versi personale, ma strategica: quanto di più grave possa esistere per una potenza mondiale.

D: Francesco, qual è stata la reazione in Francia all’accordo tra USA, GB e Australia? Ha prevalso l’aspetto economico, la perdita di una commessa importante per Naval Group, o quello strategico secondo te?

M. Entrambe le cose. Però il lato economico è quello meno importante. Il contratto è grande, sono cinquanta miliardi in totale. Ma molte cose non sono pubbliche del contratto. Quelle dedicate alla Francia sono una decina di miliardi, quelle che proprio insistono sul territorio francese. Il 70%-80% del contratto doveva essere fatto in Australia, alcune maestranze venivano dall’Australia, anche nei cantieri francesi, i sistemi di armamento erano della Lockheed Martin, quindi americana, che a sua volta ha subito un danno – e bisognerà capire se lo compenseranno facendole fare qualcosa in questo nuovo programma. Quindi sì, dal punto di vista economico è un problema, è una cosa che non piace, per Naval Group è un problema, ci avevano investito molto. Il Ceo durante la pandemia, per assicurarsi che tutto andasse per il verso giusto, era andato in Australia, aveva fatto la quarantena, ha incontrato i suoi omologhi delle aziende australiane, si è fatto un giro per tutti i ministeri, è tornato, si è fatto un’altra settimana di quarantena. Macron aveva fatto diversi viaggi lì.

D. C’era stato un investimento politico.

M. Sì. Quindi anche quando oggi leggo che poteva essere accompagnato meglio politicamente…due settimane fa avevano fatto un quadrilaterale: i due ministri della Difesa e i due ministri degli Esteri…Era un dialogo ad altissimo livello.

D. Morrison, il premier australiano, dice di aver avvisato Macron a giugno.

M. Lui dice così, i francesi dicono di non aver saputo nulla. Sono molto arrabbiati con gli australiani. Con loro lo sono per una questione di parola non mantenuta. Però i francesi sono arrabbiati con gli americani per una questione strategica. C’è anche una questione personale, fammi dire. Tutte le persone al potere oggi, da Macron in testa, ma ancora prima Le Drian, che era ministro della Difesa, ed è proprio materialmente quello che ha negoziato questo contratto, sanno di aver perso 10 anni su questa roba qui e adesso non hanno niente in mano.

D. Ecco, parliamo della questione strategica. Chiariamolo: perché Aukus cambia le regole del gioco?

M. La questione strategica è che tu dai un armamento che fino adesso avevano soltanto 6 Paesi ad uno che non ha nessuna tecnologia militare nucleare. E’ un cambiamento epocale di cui in Italia non ci si rende conto.

D. Sì in Italia non si parla di queste vicende.

M. Questa vicenda doveva essere su tutte le prime pagine oggi. Tu dai dei sottomarini che, è vero, non sono nucleari, ma dotati di missili a lungo a raggio, ad una potenza che è relativamente importante nel quadro asiatico. L’Australia ha 25 milioni di abitanti, ha un esercito molto piccolo, non è il Giappone, non è l’India, ma non è nemmeno l’Indonesia. Tu dai un sistema di armamento altamente sofisticato, raro, che finora nessuno mai delle 6 potenze che hanno questa tecnologia ha dato ad altri. L’ultima volta che gli americani hanno condiviso questa tecnologia di alto livello è stato negli anni Cinquanta col Regno Unito: questo ti fa capire che il cambiamento è epocale. Vedrai che ora i giapponesi diranno: “Perché noi no?“. E gli indiani anche. C’è un interessante articolo di Foreign Policy secondo cui gli indiani potrebbero prendere la palla al balzo e dire ai francesi: “Beh allora i sottomarini li vogliamo noi“. Mi sembra che segni l’inizio di un’escalation.

D. Torniamo alla Francia. Ad aggravare lo smacco c’è la percezione che ha di sé: con i territori d’Oltremare si sentono a tutti gli effetti parte in causa.

M. Sì, la Francia è l’unica nazione “mondiale in Europa, è una potenza “residente”. Hanno 7mila soldati in quelle isole lì e un milione e 600mila cittadini francesi, col passaporto. Si tratta di posti governati direttamente dalla Francia.

D. Sono un attore regionale a tutti gli effetti.

M. L’Indo-Pacifico è molto importante. Da un lato i francesi dicono “bene”, perché immaginiamo cosa sarebbe successo se gli australiani fossero passati da sottomarini diesel francesi a sottomarini diesel americani. Lì sarebbe stato un problema proprio di competitività dell’industria francese. Qui invece parliamo di un’altra tecnologia che gli australiani non avevano nemmeno chiesto ai francesi. Al netto del fatto che i francesi molto probabilmente non glieli avrebbero mai dati fatti e finiti.

D. Qual è il sentimento di queste ore in Francia?

M. Sono arrabbiati con gli americani, parlano di tradimento, dicono che questa cosa tra alleati non si fa. E arriva in un momento di più o meno tensione tra i due Paesi, Macron e Biden non hanno un ottimo rapporto. Si pensava che magari con Blinken, che parla francese, ha studiato 10 anni all’École Jeannine Manuel…però i rapporti non sono proprio tutti rose e fiori secondo la stampa francese. Le priorità sono differenti. Poi c’è una parte dell’opinione pubblica molto anti-americana, che non li ama.

D. E internamente? I rivali di Macron sono passati all’attacco in vista delle presidenziali…

M. Soprattutto il centrodestra tradizionale lo attacca. Loro dicono: voi fate gli stupiti ma si sapeva da settimane che una parte dell’opinione pubblica australiana non era contenta dell’accordo raggiunto, pensava che Naval Group non stesse rispettando la parte del contratto riguardante le tempistiche e i costi.

D. Non credi che questa vicenda, per quanto rappresenti un’evidente sconfitta, di contro ci dica anche che Macron e la Francia sono tra i pochi soggetti pienamente consapevoli della posta in gioco?

M. La Francia è l’unico attore ancora storico in Europa rispetto ad un quadro in cui siamo tutti ancora preoccupati da questo ritorno della storia che per la verità non se n’è mai andata. Mi fa molto ridere che esponenti politici di alto livello in Italia parlino di esercito europeo…

D. A mio avviso non si farà mai.

M. Io non so se non si farà mai, ma di certo non è in agenda oggi. Nella sola cosa che hai provato a fare, un apporto alla missione Barkhane dei francesi nel Sahel hai impiegato anni per avere nemmeno 3mila uomini sul terreno e i tedeschi non ci sono. Noi ci siamo dopo tante reticenze, però la cooperazione militare a livello europeo è una cosa molto complicata, tocca la sovranità intima dei Paesi.

D. Alle viste, il massimo che si potrà ottenere, a mio avviso, è qualcosa di simile ad operazioni di polizia internazionale. Anche perché non penso gli americani sarebbero d’accordo.

M. Non so cosa pensano gli americani. Il tema è: noi facciamo le cose a prescindere da quello che dicono gli americani. Non contro ma in autonomia. Però sotto questo punto di vista i francesi sbagliano, perché nel comunicato in cui si dà conto del cambio di atteggiamento USA e dell’Australia si dice che quello che è successo “rafforza la necessità dell’autonomia strategica europea”. Ma è un contratto nazionale che è saltato! Ti fa capire il prisma con cui i francesi guardano all’autonomia strategica, è un errore evidente.

D. Non pensi che più che un errore si tratti di un lapsus freudiano? Tradotto: per Parigi la difesa europea è una difesa a guida francese.

M: Questo senz’altro. Anche perché sono l’unico Paese europeo con il deterrente nucleare.

D: E sono gli unici attrezzati per condurre un’offensiva militare all’estero.

M: Senza dubbio, per quanto anche loro abbiano i loro problemi. Però sì, è l’unico esercito con una capacità operativa, che comunque dimostra, perché nel Sahel sono presenti, combattono, hanno un peso elevato. Certo questa mossa cambia il quadro geopolitico della regione. Ovviamente per noi l’Asia è lontana e non siamo una potenza residente, però da lì passa il commercio internazionale. Soprattutto: noi italiani abbiamo manifestato, non si capisce in base a quale interesse strategico, la volontà di andare lì con le navi della nostra Marina. Quindi se gli altri hanno i sottomarini nucleari per noi cambia il modo in cui ci stiamo in quella parte del mondo, che si sta riscaldando prima di quanto noi prevedevamo.

D. Staremo a vedere Francesco, grazie per questa bella chiacchierata.

M. Figurati Dario, a presto.

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