“Trump voleva la figlia Ivanka a capo della Banca Mondiale”: il piano sventato in extremis

Quando nel gennaio 2019, senza alcun preavviso, il coreano Jim Yong Kim ha annunciato le sue dimissioni da presidente della Banca Mondiale, nella testa di Donald Trump si è accesa una lampadina: “Mettiamoci Ivanka“. La figlia prediletta dell’ex inquilino della Casa Bianca – “Se non fosse mia figlia probabilmente la corteggerei“, disse di lei The Donald – è stata ad un passo dall’assumere il prestigioso incarico di nuova guida di una delle Istituzioni di Bretton Woods, nata originariamente con l’obiettivo di sostenere la ricostruzione dei Paesi usciti devastati dal conflitto mondiale.

Fino ad oggi la ricostruzione dei fatti era la seguente: Trump che butta lì la sua proposta, Ivanka che dice subito di no sostenendo di essere ben contenta del suo ruolo da consigliere alla Casa Bianca e aiuta il segretario del Tesoro, Steven Mnuchin nel processo di selezione che porterà ad annunciare l’ex sottosegretario del Tesoro per gli Affari Internazionali, David Malpass, come nuovo presidente della Banca Mondiale. Secondo quanto svelato da The Intercept, però, le cose sarebbero andate diversamente.

Due fonti protette da anonimato rivelano infatti che Trump voleva “fortemente” che Ivanka diventasse presidente della Banca Mondiale. A sventare il piano, che comunque è stato “incredibilmente vicino ad accadere“, proprio il segretario Mnuchin.

Fin dalla sua creazione, nel 1944, sono sempre stati gli USA ad indicare il leader della Banca Mondiale. Una prassi che è figlia di un accordo informale con gli europei, cui spetta invece il compito di nominare il capo del Fondo Monetario Internazionale.

L’ex portavoce della Casa Bianca, Jessica Ditto, ha detto che Ivanka era qualificata per guidare la Banca Mondiale in relazione al suo contributo a lanciare la Women Entrepreneurs Finance Initiative, colloquialmente nota come “Ivanka Fund“, un progetto sostenuto dalla Banca Mondiale per raccogliere fondi per le imprenditrici nei paesi in via di sviluppo. “Ha lavorato a stretto contatto con la leadership della Banca Mondiale negli ultimi due anni“, ha detto la Ditto, sottolineando come a suo dire la nomina della figlia dell’allora presidente USA non avrebbe dovuto sollevare stupore.

Di diverso avviso Scott Morris, direttore del programma di politica di sviluppo degli Stati Uniti presso il Centro per lo sviluppo globale a Washington, secondo cui “è difficile immaginare che Ivanka sarebbe stata vista come un leader credibile. (…) Devo pensare che come candidata avrebbe incontrato una certa resistenza. Ma forse [i membri della banca] non avrebbero voluto provocare il presidente degli Stati Uniti“.

Presidente degli Stati Uniti che, dal canto suo, ammise pubblicamente di valutare la figlia all’altezza del ruolo, al punto da dichiarare in un’intervista del 2019 con The Atlantic che “Ivanka per la Banca Mondiale… sarebbe stata grande” perché “è molto brava con i numeri“.

Solo l’intervento di Mnuchin, di cui Trump bramava l’approvazione in ragione del suo passato come produttore di Hollywood, riuscì a sventare il piano di Donald. Non era d’altronde la prima volta che il segretario del Tesoro si frapponeva tra il presidente e le sue “mosse colossalmente controproducenti“. Né Mnuchin è stato l’unico alto dirigente a lavorare per limitare i danni dell’azione di governo dell’ex presidente.

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2 commenti su ““Trump voleva la figlia Ivanka a capo della Banca Mondiale”: il piano sventato in extremis

    1. Gennaro, ci sono le fonti in questo articolo, se non ti fidi di me prova a farlo almeno di un giornale americano famoso per le sue inchieste.

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