A cosa (non) è servito il G20 sull’Afghanistan, parla Federico Petroni (Limes)

Federico Petroni, analista di Limes, la rivista italiana di geopolitica, è la persona giusta per analizzare il caotico momento che viviamo. Non possiamo fare a meno di partire dall’attualità, dunque dal G20 straordinario sull’Afghanistan tenutosi ieri.

D. La mia prima domanda è questa: il G20 di ieri è stato utile? Ha una valenza geopolitica?

P. No, perché il G20 in generale non ha una valenza geopolitica. È un incontro tra capi di Stato che si comunicano le rispettive idee e provano a coordinare le rispettive agende. L’agenda di un capo di Stato, di un leader politico, non necessariamente è l’agenda geopolitica della nazione che rappresenta. In queste situazioni, soprattutto multilaterali, è impossibile risolvere le questioni, i conflitti, le competizioni, che mettono una contro l’altra le potenze. In generale, dunque, il G20 non ha una funzione geopolitica: può essere utile per osservare la prossemica dei leader, per vedere come si comportano tra di loro, per prendere la temperatura dei rapporti tra due potenze o di una competizione in corso. Ma di certo non per risolvere problemi.

D. Cosa ci dice al riguardo l’assenza di Xi Jinping e Putin?

P. La loro assenza ci dice che, rispetto agli Stati Uniti, Cina e Russia hanno meno alleati. Faticano a trovare Paesi con cui coordinare le rispettive agende. Non hanno satelliti a differenza della maggior parte dei Paesi del G20, che afferiscono in un modo o nell’altro – con gradi cangianti di dipendenza – alla sfera d’influenza degli Stati Uniti.

USA che quindi, molto più facilmente, si siedono a tavola con gli altri Paesi e riescono a dare vita ad iniziative comuni. Addirittura queste iniziative sono considerate dagli stessi satelliti degli Stati Uniti, come l’Italia, delle occasioni per pretendere qualcosa dagli USA, per rivendicare un loro impegno. Come può essere stato ieri con Draghi, che ha in qualche modo cercato di usare la sua presidenza del G20 per richiamare gli Stati Uniti ad un ruolo tradizionale americano di difesa di diritti umani e aiuto ai satelliti. Ecco, il G20 serve a capire quanto disperatamente i satelliti degli Stati Uniti provino a riportare l’America ad un ruolo di egemone che si occupa di tutto, che però l’America non è più in grado e non ha più voglia di svolgere.

D. Dunque la riunione di ieri, in chiave italiana, non è tanto una mossa rivolta verso l’Afghanistan, dove noi non abbiamo alcun interesse, né è centrata su un reale impegno di natura umanitaria. Bensì rappresenta un sottile tentativo di saggiare le reali intenzioni dell’America e di capire se c’è la possibilità di farla tornare al ruolo di “mamma America”.

P. Sì, una cosa del genere, nel senso che i leader stessi credono a queste iniziative. Ritengono urgente occuparsi dell’emergenza umanitaria, del rischio di ondate migratorie (anche perché queste finiscono per riversarsi da noi, non in America). Ma il significato ultimo delle loro azioni è cercare di tirare la giacchetta degli americani, riportarli ad un ruolo in cui fanno i nostri interessi facendo il loro. Infatti noi – noi italiani, francesi, tedeschi – siamo rimasti terrorizzati dalla vicenda Afghanistan perché ci ha ricordato che questa America non è lì per difenderci, non è nostra alleata: siamo noi che siamo suoi alleati, e ne subiamo le conseguenze.

D. In questo contesto qual è il ruolo di Draghi?

P. Il leader non è in grado di incidere sulla traiettoria del suo Paese. È chiamato a riconoscere le istanze del Paese e, soprattutto in politica estera, è molto più costretto a fare ciò che deve piuttosto che ciò che vuole. Anche le sue priorità rischiano di essere estremamente limitate. La priorità dell’amministrazione Biden è in qualche modo trovare un rilancio economico per la sua nazione per placare un ceto medio che non è più così intenzionato a supportare le avventure all’estero del proprio Paese o comunque a preservare l’influenza americana nel mondo. Idem Draghi è chiamato nell’immediato a convincere il mondo che l’Italia merita di essere salvata e che l’Italia può governarsi da sola. Questo è il suo orizzonte. I leader hanno molta consapevolezza dei limiti del proprio potere, anche se sono chiamati ad incarnare, a rappresentare come se fossero a teatro, la loro idea della nazione sulla scena internazionale.

D. Ecco, dunque anche quando si parla di “Difesa comune europea”, i vari leader europei sono consapevoli che sarebbero in primis gli americani ad opporsi a questo progetto?

P. Prendiamo ad esempio i programmi della Difesa dell’Unione Europea. Solo in Italia, e solo fra gli ingenui, si pensa che si stia creando o si possa creare un esercito europeo. Nessuno usa questa espressione, men che meno le burocrazie brussellessi. Nessuno parla di “European army”. Ogni tanto l’ha fatto vagamente Macron, ma ha corretto il tiro. Quello che si sta creando è al massimo un contingente di poche migliaia di uomini che non serve a proteggere un Paese, figurarsi un mezzo continente, ma dovrà servire per essere inviato in teatri di crisi molto limitati e con obiettivi molto specifici. Una cosa del genere rasenta l’inutilità. Quando si sente parlare di “difesa comune” si è davanti al retaggio di un “europeismo soprattutto italiano” diffuso nell’opinione pubblica e mantenuto purtroppo dalla narrazione della nostra classe dirigente. Un retaggio che sostituisce la nostra carenza di Stato, che ci porta a non assumere le dure decisioni che riguardano la nostra strategia e a delegarle ad un attore esterno. Tutto questo ovviamente non può avvenire in un mondo che è più complicato e conflittuale di quello di ieri. Nel sottobosco invece si realizzano dei negoziati tra Stati su come coordinare i rispettivi approcci militari o interventi. Pensiamo ad esempio al Nord Africa, dove Francia e Italia, hanno bisogno di coordinare le rispettive missioni militari.

D. L’intenzione della Marina militare italiana di dotarsi dei missili cruise può segnare una svolta in questo senso? Non segnala la volontà di non escludere più a priori l’utilizzo dello strumento militare?

P. Le nostre strutture militari realizzano la necessità di rimuovere una certa passività. Questo atteggiamento ci aveva portati a non essere presi sul serio dai nostri antagonisti, spinti a calcolare che l’Italia, in qualunque scenario, non avrebbe usato il proprio strumento militare. Una postura che ha fatto sì che finisssimo circondati, sul fronte sud, da potenze bellicose che un anno fa semplicemente non c’erano, come la Russia e la Turchia.

D. Possiamo parlare di una sopraggiunta consapevolezza della politica o l’ambito militare in questo caso è slegato dalla politica?

P. In un Paese come l’Italia, in cui gli stessi burocrati militari in pubblico dichiarano che mai si permetterebbero di “fare la geopolitica” – e di consigliare che cosa fare alla classe dirigente politica – una maggiore consapevolezza tra i politici si deve essere diffusa.

D. Io ho seguito l’intervento del ministro della Difesa Guerini alle Giornate del Mare organizzate da Limes: mi è sembrato un tantino più titubante sulla possibilità di un intervento militare italiano nei luoghi strategici per tutelare l’interesse nazionale.

P. Il ministro Guerini a Trieste ha detto che l’Italia sta lavorando ad inviare una missione bilaterale in Niger, cioè sottratta all’ombrello della Francia, paese di riferimento del Niger e sempre geloso della sua influenza militare in quel luogo. Questo sarebbe un buon auspicio. Poi in generale le evoluzioni, e soprattutto l’evoluzione della mentalità, richiedono tempo per produrre effetti. È qualcosa che va osservato negli anni, a maggior ragione in un Paese come l’Italia in cui si parte da zero e c’è molta cautela nei confronti dell’opinione pubblica.

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