Caos portuali: ecco perché è scoppiato proprio a Trieste, parla Federico Petroni (Limes)

Prosegue l’intervista con Federico Petroni, analista di Limes, la rivista italiana di geopolitica (qui potete trovare la prima parte).

D. Parlavamo del ruolo dell’opinione pubblica nel perseguimento della strategia di un Paese. Cosa significa formare una mentalità? Si tratta a questo punto di richiedere un cambio di passo non solo alla classe dirigente, che poi è diretta espressione di una collettività, quanto alla stessa opinione pubblica. E in questo senso potrebbero servire un paio di generazioni…

P. Si rischia un cortocircuito. Se la classe dirigente resta ferma ad aspettare l’evoluzione della collettività il pericolo è di non muoversi mai. I cambiamenti coinvolgono appunto una generazione, ma il punto è che non si sta facendo niente per intervenire sulla pedagogia, modificandola a favore di coloro che stanno nascendo oggi. Dunque, per non scadere nell’immobilismo e nel nichilismo, la classe dirigente deve iniziare a preparare il Paese a tempi peggiori, a tempi in cui sarà necessario difendere i propri interessi nel Mediterraneo in maniera anche più muscolare. Semplicemente difendersi. La classe dirigente deve dunque iniziare ad intraprendere iniziative – inevitabilmente tattiche – ma che servono a preparare il futuro.

D. Il mondo non ci aspetta.

P. Esattamente. Anche perché a mio avviso l’opinione pubblica non è più così automaticamente pacifista come nei decenni scorsi. Questi discorsi 10 anni fa erano impensabili, mentre adesso un peggioramento netto dell’ambiente intorno a noi – esempio massimo la Libia, che è esplosa -, un imbarbarimento della vita civile e un peggioramento delle condizioni economiche, potrebbe aver reso la società meno restia ad accettare l’impiego della forza. Credo che la società italiana stia accettando maggiori livelli di violenza in generale, in qualsiasi ambito, non per forza bellico e organizzato tra Stati. Questo non vuol dire che è mutata la cifra antropologica degli italiani, che siamo diventati una nazione “marziale”. Niente di tutto questo. Ma che magari, presentato nei modi giusti, un impiego dello strumento militare potrebbe essere accettato dalla popolazione. Il vero problema si presenterà semmai in presenza di una reazione altrui: tradotto, è molto probabile che una nazione così poco abituata a difendersi come la nostra si scolli nel momento in cui l’avversario risponde al fuoco. Davanti a morti, costi esagerati, può emergere una certa incapacità di reggere il colpo.

D. Parliamo della notizia del giorno: il caos dei portuali a Trieste. C’è una chiave di lettura anche geopolitica oltre a quella prettamente politica?

P. La chiave di lettura è antropologica, nel senso che il Covid ha eroso in tutti gli Stati occidentali, chi più chi meno, il rapporto tra lo Stato e i suoi sudditi. Ha reso molto più diffusa una già latente sfiducia nei confronti delle istituzioni. Questo è stato evidente in America: non a caso nell’anno della pandemia la folla si è scagliata contro il Congresso. Il virus è andato a rinfocolare delle tensioni già esistenti.

D. Il fatto che protagonista sia proprio Trieste forse non è un caso…

P. È indicativo il fatto che sia avvenuto in una città che è stata dimenticata, lasciata a se stessa, e non si sente compiutamente italiana. Una città che proprio per questo senso di abbandono e di declino ricorda con nostalgia quando apparteneva ad una potenza straniera. Dunque no, non è un caso, perché c’è un vincolo statuale meno forte.

D. Risulta paradossale che loro si facciano portavoci di un’istanza collettiva.

P. Questo la rende perfettamente italiana, nella misura in cui si fa interprete di un sentire collettivo che scoppia a Trieste perché è meno forte il vincolo con lo Stato. Non mi sarei sorpreso nemmeno se fosse successo in Veneto. Ma la buona notizia che dovrebbe rassicurare uno stratega è proprio la seguente: Trieste non si ribella perché non può fare affari con l’Austria, si ribella per un’istanza che è condivisa da tanti altri luoghi. Quindi non la interpreterei come una minaccia “secessionista”. Semplicemente è normale che queste istanze vengano fuori in luoghi che hanno un collegamento, anche proprio fisico, ridotto con il “centro” e sperimentano un senso di abbandono.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.