“Per la terza volta no”: Draghi usa il “golden power” e sbarra la strada alla Cina

Avere un blog con degli abbonati, non essere costretto ad inseguire gli algoritmi di Google, consente di godere della calma necessaria ad approfondire questioni decisive a cui i grandi media decidono di dare poco risalto. Bisonga capirli. Lavorando nella redazione di un giornale posso dirvi che i siti più importanti, più che dettare l’agenda, se la fanno dettare dai lettori. Attenzione: questo non sempre è un male. Ma ci sono situazioni che meriterebbero di essere raccontate ugualmente, anche a costo di racimolare pochi click, poiché descrivono meglio di centinaia di articoli la fase politica e geopolitica che stiamo vivendo. Ciò che state per leggere ne è la plastica dimostrazione.

Protagonisti? Mario Draghi e la Cina. Ah, com’è cambiata la musica rispetto alla presidenza Conte…

Per la terza volta da quando è entrato in carica, il governo Draghi ha posto il veto ad un’acquisizione cinese in Italia. La notizia è di pochi giorni fa. Al termine di una riunione del gabinetto del governo, tenuta lo scorso 18 novembre, Roma ha bloccato la fusione tra la compagnia cinese Zhejiang Jingsheng Mechanical e la branca hongkonghese della statunitense Applied Materials. L’obiettivo della manovra cinese era chiaro: acquisire il ramo italiano di questa società.

Peccato però che l’Applied Materials, Inc. (AMAT.O) non sia un’azienda qualunque, bensì impegnata nella costruzione di macchinari per la lavorazione di semiconduttori, ovvero di quei materiali speciali utilizzati per realizzare le componenti di base dei chip necessari per il funzionamento di televisori, smartphone, auto, frigoriferi, auto e anche aerei, dei quali vi è carenza in tutto il mond…

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