RETROSCENA – Per chi tifa Dario Franceschini al Quirinale

Correva l’anno 2014. Matteo Renzi era segretario del Partito Democratico. Dal podio, durante una direzione di partito, pronunciò questa frase: “Scusate, nella ressa è sparito un cappotto. Dario si è già costruito un alibi di ferro“. Il Dario a cui si riferiva non era – fortunatamente – l’autore di questo articolo, ma Dario Franceschini.

Scherzi a parte, difficile provare a descrivere il ministro della Cultura e fare meglio. Oddio, qualcuno c’ha provato, se è vero che già all’epoca circolava un motto che cucito addosso a Franceschini rendeva splendidamente l’idea: “Ora et manovra“.

Sì, perché se è vero che quando sparisce un cappotto in una stanza nessuno ha mai abbastanza elementi in mano per puntare il dito contro di lui, contro Dario, lo è pure che l’uomo ama agire nell’ombra, dietro le quinte, avendo sempre in testa un nuovo obiettivo, un altro orizzonte. 

Sarà che emerge l’indole dello scrittore (capace), la voglia di scrivere una trama ogni volta diversa. Oppure sarà semplicemente che ogni mossa aveva un senso, un finale che Franceschini ha da tempo chiaro in testa, e che prima o poi vedremo tutti, per una volta, limpidamente. Sarà, e forse è proprio per questo che in tanti in queste ore si interrogano e compongono il suo numero di telefono. Per sapere, per capire “cosa dice Dario” e “chi porta al Quirinale“. Perché un’altra delle caratteristiche dell’uomo è quella di trovarsi, pressoché sempre, sul carro del vincitore. Dettaglio non banale, se in gioco c’è il Colle. 

E allora eccola, la domanda delle domande: per chi tifa Franceschini nella gara delle gare?

Prima risposta: per se stesso. Che sia oggi o tra 7 anni o 21. Dario Franceschini, che ha un’alta idea di sé, pensa di avere le carte in regola per salire un giorno al Colle. E non da ospite, per restarci. 

Seconda risposta: poiché Franceschini tiene per sé stesso, ogni soluzione che non lo escluda dai giochi è la sua preferita. Così, chiamato ad indicare una soluzione per il Quirinale, interrogato oggi, Dario fornirebbe non un nome alternativo al suo, ma un rifiuto ad un nome specifico: quello di Mario Draghi. Tra i due la chimica manca, per usare un eufemismo. Chiedere ai ministri che hanno avuto modo di assistere agli scambi tra i due in più di un Cdm in questi mesi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il nome di Draghi è quello che spazza dal tavolo tutti gli altri. Compreso il suo.

Terza risposta

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