La velina di P. Chigi per fare retromarcia sul Colle. Draghi si è bruciato?

Al netto di chi parla di forzature da parte dei media, di chi osserva che Mario Draghi non ha mai posto il tema della sua candidatura al Quirinale, la conferenza stampa di fine anno segna uno spartiacque nella partita del Colle.

Il punto è questo: non sono (non siamo) tutti impazziti. Partiti e giornalisti hanno colto il messaggio tra le righe del presidente del Consiglio: c’è la sua disponibilità a succedere a Sergio Mattarella. Questa è la notizia. A Draghi sarebbe bastato dichiarare che il Quirinale non è nei suoi pensieri, che è pienamente concentrato sulla gestione della pandemia. Se non lo ha fatto, se si è presentato come “nonno al servizio delle istituzioni” – una scelta semantica non casuale, pronunciata due volte, e poi notate la figura: quella dell’anziano, del grande saggio – è perché l’idea di trasferirsi al Quirinale, legittimamente, non gli dispiace.

Poi però c’è la politica. Con i suoi modi e i suoi tempi. I suoi sussulti d’orgoglio. E la politica non ha apprezzato, di questa conferenza, né i modi né i tempi. Non le è piaciuto di non essere stata consultata, avvertita prima; non le è garbato di essere stata commissariata e, secondo qualcuno, di essere pensata come una sorta di taxi, che dovrebbe portare Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale.

Ora, chi scrive la pensa in questo modo: Draghi è stato fino ad oggi un grande presidente del Consiglio, è l’uomo che ha salvato l’Italia. E allo stato attuale è, nonostante tutto, il candidato naturale per prendere il posto di Mattarella, quello in pole position su tutti gli altri contendenti.

Eppure la voce che corre tra i parlamentari a partire da mercoledì sera è la seguente: “Draghi si è bruciato“. Non è un pensiero messo in giro ad arte da chi non ha a cuore le sorti del premier. Al contrario, se è vero che anche Palazzo Chigi, ieri sera, ha inserito – saggiamente – con la più classica delle “veline”, la retromarcia sulle intenzioni del capo del governo.

Sì, perché il rischio che Draghi si sia lasciato prendere la mano esiste. Il premier ha detto molto, forse troppo. Ha ringraziato i partiti, parlato della sua esperienza di governo come conclusa. Ha rassicurato i “peones” del Parlamento sulla necessità di proseguire fino alla fine della legislatura. Ha affermato il suo non essere indispensabile alla guida dell’esecutivo. Ha parlato della necessità di eleggere il capo dello Stato con una maggioranza larga. Serve altro?

Draghi non poteva certo dire “mi candido al Quirinale” (perché al Quirinale non ci si candida, è bene ricordarlo) ma parlando il linguaggio della politica è come se lo avesse fatto. Ora – ed è questo il punto – ha sbagliato a lanciare questo messaggio in questa fase? Non sarebbe stato più utile attendere che i partiti arrivassero con le proprie gambe ad indicarlo al Colle? Molti ne sono convinti, il sottoscritto pure. 

Se non stessimo parlando di Mario Draghi, di un top player, di un attore…

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