Perché il partito dei “peones” tifa Berlusconi al Quirinale

C’è un motivo se Silvio Berlusconi ormai da mesi ignora le voci di chi lo descrive come un pazzo, un illuso, un vecchio che ha smarrito la lucidità dei giorni migliori. Il fatto è che il Cavaliere la politica in questi quasi 28 anni di attività ha imparato a conoscerla. E come spesso gli è accaduto ne ha precorso i tempi.

Per capire, basta citare uno che l’arte l’ha affinata alla scuola più prestigiosa di tutte, quella DC. Si tratta di Gianfranco Rotondi, oggi forzista, il quale spesso e volentieri ama ricordare il suo esame di filosofia politica all’università di Napoli col professor Dino Pasini, correva l’anno 1980. Il docente, non senza una certa preveggenza, sosteneva in un saggio che i problemi della democrazia fossero addebitabili alla “partitocrazia”, a sua volta piagata dalla “correnticrazia”.

E qui subentra l’aneddoto di Rotondi: “La terza domanda per conquistare il 30 e lode era quale sarebbe stato il passaggio successivo. La risposta esatta era la “individuocrazia”, “verrà un tempo in cui ogni politico farà la sua partita”. Ci siamo arrivati. Ognuno farà quel che gli conviene, non ci sarà una regia“.

Eccola, la previsione abbracciata in toto dal Cavaliere, deciso a …

3 commenti su “Perché il partito dei “peones” tifa Berlusconi al Quirinale

  1. Hanno parecchio da perdere, soprattutto a livello internazionale come credibilità paese! Ho una figlia all’estero e vi assicuro che su Brlusconi PdC ne dicevano di tutto di più e ci sfottevano…immaginiamo come PdR, e poi chi ci garantisce che resterà un paio d’anni? E’ un sogno che coltiva da tempo e di sicuro non se ne andrà di sua volontà. Ci sono tante persone preparate e credibili che possono aspirare alla carica quirinalizia senza suscitare nei cittadini repulsione e sgomento con l’elezione di un personaggio discutibile come lui.

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