“Renzismo una malattia”: perché Enrico Letta tace sulla frase di D’Alema

Il punto politico della frase di Massimo D’Alema non è tanto la frase di Massimo D’Alema. Mi spiego meglio. Che l’ex presidente del Consiglio sia abituato a sferzare i suoi avversari politici con battute al veleno e colpi sotto la cintura è cosa nota. Come pure è da mettere in conto che la disabitudine a giocare nell’arena – ricordo sommessamente al lettore che “Baffino” è arrivato quarto nel collegio uninominale del Senato a Nardò, nella sua Puglia, alle ultime Politche – possa aver portato il suddetto (c’è da capirlo) a smarrire il senso della misura. 

Per questo non mi meraviglia che D’Alema, nell’annunciare il ritorno di Articolo 1 nel Pd, abbia paragonato l’epoca renziana alla guida dei dem alla stregua di una “malattia che fortunatamente è guarita da sola ma c’era“. Ciò che sorprende – ma fino ad un certo punto – è invece il silenzio di Enrico Letta.

Perché il segretario del Partito Democratico tace sull’uscita di D’Alema? Le risposte a questo quesito possono essere almeno due.

La prima è che Enrico Letta non senta la necessità di intervenire sulla questione poiché fondamentalmente d’accordo con quanto asserito da D’Alema.

La seconda è che al contrario non ne condivida né il senso né il tono, ma che per qualche motivo scelga comunque di tacere al riguardo. 

Partiamo dalla prima ipotesi. Se fosse vero che Letta la pensa come D’Alema sulla stagione renziana allora dovrebbe avere il coraggio di non utilizzare mezze parole sul tema che più gli sta a cuore: quello del “campo largo” di centrosinistra. Se, al pari di D’Alema, ritiene che Matteo Renzi abbia rappresentato per il Partito Democratico una malattia, allora farebbe bene a mettere al riparo da ogni possibile recrudescenza la comunità di cui è diventato leader. Ciò significherebbe di fatto rinunciare ad ogni possibilità di vittoria alle prossime elezioni Politiche. Ma meglio soli che mal accompagnati, giusto?

Di contro, se…

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