“Il Pd si è perso dietro a Conte. Noi con Draghi, anche dopo il 2023”. Parla Nobili

L’intervista con Luciano Nobili (Italia Viva), vale doppio. È infatti obbligo del cronista quello di sottolineare lo sprezzo del pericolo con cui il parlamentare romano si presta alle mie domande. Sì, perché quando lo chiamo si trova in treno, all’interno di una carrozza in cui vige la consegna del silenzio. “Speriamo non mi lincino“, mi dice. “Speriamo“, rispondo io, ma non posso esimermi – egoista – dal domandargli cosa ne pensi della “notizia” del giorno.

D. Onorevole Nobili: poche ore fa l’incontro tra Matteo Salvini e Giuseppe Conte per parlare di Quirinale. È sempre gialloverde?

N. Diciamo che non mi stupisce. Nonostante poche ore fa si sia dato vita a quello spettacolo un po’ triste su Twitter con tre tweet uguali. Io l’ho definito: “Rocco (Casalino, ndr) e i suoi fratelli“. Era Enrico Letta a ritenere che chiunque parlasse col centrodestra, che ha i numeri maggiori in questa partita, commettesse chissà quale reato. Durante le trattative per il Quirinale è normale parlare con tutti, non c’è niente di male, lo chiede la Costituzione. Ciò che non è normale è continuare a considerare di centrosinistra un qualunquista e un opportunista come Conte.

Quello che fa ridere è il Pd che gridava: “O Conte o morte“. Quello che fa tristezza è il Pd che appalta il suo futuro a quel che rimane dei populisti 5 Stelle e gli offre la candidatura nel collegio di Roma 1 alle suppletive. Il Pd ha smarrito l’anima. Ancora sorrido quando ripenso alle parole di Nicola Zingaretti su Conte, definito un “punto fortissimo di riferimento per tutti i progressisti“. Come fa ad esserlo uno che ha firmato i decreti Salvini, che ha governato con la peggiore destra, che era il punto di riferimento in Europa di Donald Trump, uno che ha messo garantismo e giustizialismo sullo stesso piano? Ribadisco: non c’è niente di male a parlare di Quirinale con tutti. Certo non so cosa possa uscire di buono dall’incontro fra Conte e Salvini: credo sinceramente nulla.

D. Restiamo sul Quirinale. Cosa perdiamo con Mattarella?

N. Mattarella è stato un presidente straordinario almeno per due caratteristiche. Primo: ha tenuto unito il Paese durante la pandemia, creando un’empatia fortissima con gli italiani. Cito un esempio su tutti: la scena al Quirinale sul taglio dei capelli. Neanche il più bravo degli spin doctor avrebbe saputo fare meglio. Tutto questo lo ha fatto al netto di una politica capace di dividersi anche sull’opportunità o meno del vaccino, che è la nostra salvezza. Secondo: non posso dimenticare la fermezza di Mattarella nell’impedire l’operazione che allora era incarnata dall’ipotesi di nominare ministro Savona. Avrebbe spostato l’Italia dal suo posizionamento geopolitico tradizionale verso il populismo e il sovranismo internazionale. Mattarella bloccò quella nomina, respinse quell’assalto, salvo l’ancoraggio atlantista e europeo dell’Italia. Ricordiamo che il Movimento 5 Stelle chiamò alla rivolta di piazza, chiese l’impeachment. Che oggi Conte dica: “Sarebbe una bella idea il Mattarella-bis” la dice lunga sulla coerenza dei 5 Stelle e sulla forza di Mattarella.

D. Compreso che il Movimento 5 Stelle fa fatica a sostenere il nome di Draghi perché…

N. Il Movimento 5 Stelle fa fatica, punto.

D. Ecco, appunto. Compreso questo, partiamo da un dato. Nel comunicato del vertice a casa Conte si precisa l’intenzione di trovare un presidente in cui tutti possano riconoscersi. Proviamo a togliere Draghi dal tavolo, visto che Conte ha detto chiaramente che non può garantire i voti dei suoi gruppi parlamentari. È possibile che il Pd alla fine si ritrovi ad avere come unica opzione quella di chiedere proprio a Mattarella il grande sacrificio di restare al Colle, al netto dei tanti dinieghi?

N. Sarebbe stucchevole, una dimostrazione di grande incapacità politica. Mattarella è stato un grande presidente ma è stato il primo, con decisione, a escludere un secondo mandato. Spero e credo che il Pd non si faccia portare a spasso dalle non scelte di Conte. Noi dobbiamo partire da un dato di fatto. Chi ha una maggioranza relativa è il centrodestra…

D. Beh, Letta dice di no...

N. In politica si può discutere di tutto, in matematica no. Consiglierei un pallottoliere a Letta. Il centrodestra ha la maggioranza. Questo non vuol dire che dobbiamo arrenderci. Anzi, io spero che durante l’elezione si possa arrivare anche ad una divaricazione del centrodestra. Non sono convinto che chi fino ad oggi ha fatto scelte completamente diverse – penso a Fratelli d’Italia – debba ritrovarsi sull’elezione del presidente della Repubblica. A maggior ragione se, come sembra, la Meloni, come Salvini, non sono realmente intenzionati a sostenere Berlusconi. Allora è ovvio che un’azione politica può portare ad una divaricazione del centrodestra di fronte alla sua incapacità di gestire la partita.

D. Qual è l’identikit che Italia Viva richiede al prossimo presidente della Repubblica?

N. Per noi deve avere tre caratteristiche. La prima è che abbia la stessa statura e la stessa terzietà di Mattarella. La seconda è che sia una scelta il più possibile condivisa. Noi di solito tendiamo ad essere determinanti: questa volta vogliamo essere decisivi non quantitativamente, ma qualitativamente. Il terzo punto riguarda Mario Draghi: è un fuoriclasse, deve continuare a giocare con la maglia della Nazionale. Simboleggia la rivincita della politica su populisti e sovranisti. Poi il ruolo lo vedremo.

D. Non mi è sfuggita sui manifesti elettorali di Valerio Casini a Roma la presenza dello slogan “Avanti con Draghi”. Secondo Lei è credibile che il premier resti in politica anche oltre il 2023? Magari come candidato premier di uno schieramento?

N. Se non andasse al Quirinale io credo che Draghi manterrebbe l’impegno preso con gli italiani e con l’Europa portando avanti l’opera di contrasto alla pandemia e di implementazione del PNRR, di cui nessuno parla ma che è una partita in cui l’Italia si gioca 200 miliardi di euro. Non solo per sanare i danni della pandemia ma, aggiungo, per superare i nostri gap storici precedenti alla pandemia.

“Avanti con Draghi” significava esattamente questo: andare avanti con questa opzione politica, che va anche oltre la figura di Draghi, ma che prevede l’unità dei riformisti e quell’agenda di governo. Però non sfuggo dalla domanda: quella di Draghi al Quirinale resta l’ipotesi più naturale di evoluzione dello scenario. Dire “avanti con Draghi” per noi significa dal 2023 non ricominciare come se nulla fosse accaduto dividendoci tra sovranisti e populisti. Il governo Draghi è un punto di non ritorno politico. I riformisti – da Italia Viva a Carlo Calenda, a chiunque si riconosca in questa agen…

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