Un passo indietro per farne due avanti: così Di Maio è diventato capo-corrente M5s

Nella lettera inviata ieri mattina da Luigi Di Maio a Beppe Grillo e Giuseppe Conte c’è un passaggio che merita di essere sottolineato, oltre a quelli in cui il ministro degli Esteri acccusa l’avvocato di essere un leader che non accetta il dialogo e il dissenso. È il seguente (fate attenzione alle parti in grassetto):

Continuo a pensare che sia fondamentale confrontarsi dentro il Movimento, perché il Movimento è casa nostra, ed è fondamentale ascoltare le tante voci esistenti, e mai reprimerle. Io sarò tra le voci che sono pronte a sostenere il nuovo corso, mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato. (…) Mi rendo conto che per esprimere queste idee, seppur in maniera propositiva e costruttiva, non posso ricoprire ruoli di garanzia all’interno del Movimento. Ho preso questa decisione perché voglio continuare a dare il mio contributo, portando avanti idee e proposte. Voglio dare il mio contributo sui contenuti, voglio continuare a fare in modo che si generi un dibattito positivo e franco all’interno della nostra comunità“.

Comprendo che fare l’esegesi di Luigi Di Maio possa non essere la massima aspirazione del lettore (e non lo è nemmeno dello scrivente, ve l’assicuro), ma è importante comprendere qual è il (sotto)testo di questo documento

Di Maio diventa capo-corrente M5s

Come ho cercato di sintetizzare nel titolo, Di Maio sta facendo un passo indietro (le dimissioni dal Comitato di garanzia M5s) per farne due avanti. Vuole riprendersi il MoVimento e – come anticipato qualche giorno fa dal blog – non trovano conferma le voci che parlano di scissione.

Il ministro degli Esteri ha ringraziato chi gli ha proposto – ad esempio – di aderire a Coraggio Italia ma ha fatto sapere di non essere (per ora) interessato. Il motivo del suo rifiuto è stato ribadito anche nella lettera che ho pubblicato poche righe fa: Di Maio considera il Movimento la propria “casa“, ed è convinto che siano altri – semmai – a dover levare le tende (e il disturbo).

Il passaggio chiave, però, è un altro. Quando Di Maio mette nero su bianco le sue dimissioni da un organo di garanzia lo fa perché deciso a smettere i panni dell’arbitro in cui Conte aveva tentato di confinarlo col chiaro intento di sterilizzarlo politicamente. Errore ingenuo, nonché poco originale. Su più larga scala non mancano esempi di presidenti delle Camere che hanno continuato a fare politica attiva (pensate a Gianfranco Fini). Figurarsi se poteva un Comitato di garanzia rappresentare un freno alle ambizioni di Di Maio.

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