Fermati, Carlo! Così Calenda sta perdendo la rotta

Carlo Calenda è una persona intelligente e preparata. Bisogna partire da questa premessa prima di esprimere il proprio parere sulle ultime evoluzioni politiche del leader di Azione.

Provate a fargli una domanda tecnica su un argomento a scelta? Tra i leader in circolazione sarà uno dei pochissimi in grado di rispondere in maniera informata. Poi però c’è un fatto: ovvero che la politica è anche altro. Non è mera divulgazione, ma pure arte di laboratorio, alchimia da creare con gli ingredienti dati, spesso molto più basici che pindarici. Può apparire come una provocazione: ma voti, seggi, contano alle volte più degli ideali. Certo, nel migliore dei mondi possibili questa frase sarebbe giudicata alla stregua di una bestemmia. Ma nel mondo in cui ci è dato di vivere no, significa semplicemente prendere atto della realtà. Mettere il pragmatismo dinanzi all’utopia, la verità sull’illusione.

Sono ormai diversi mesi che Calenda si rende protagonista di un atteggiamento ondivago, di una linea politica umorale e spesso controproducente. E sarebbe facile partire dal modo in cui ha condotto le trattative per il Quirinale. O meglio, da come “non” le ha condotte, arroccandosi dall’inizio alla fine sul nome di Marta Cartabia ed escludendosi anzitempo da ogni tipo di discorso politico.

Voglio invece concentrarmi slle ultime comunali di Roma, fiore all’occhiello della sua esperienza politica.

Calenda è stato artefice di una bellissima campagna elettorale, risultando di gran lunga il candidato migliore su piazza. Quel 20% ottenuto sta lì a dimostrarlo. Ma anche in questo snodo sono emersi i bagliori di una preoccupante incoerenza. Come potrebbe spiegarsi, altrimenti, l’atteggiamento che il leader di Azione ha riservato a Matteo Renzi? Nella Capitale ha accettato volentieri i suoi voti, salvo (ri)prendere a bombardarlo sul piano personale il giorno dopo.

Oggi, ad esempio, in un’intervista a La Stampa, Calenda dice di Renzi: “Non lo riconosco più. Vuole fare la vita del pensionato pagato da chi gli pare, ammesso che sia etico e secondo me non lo è, o vuole fare il politico?“.

Penso che sarebbe corretto, da parte di Calenda, spiegare perché quel “pensionato pagato da chi gli pare” andava bene quando si trattava di portare acqua al proprio mulino romano, ma non ora che sta tentando di aggregare un’area di centro alternativa ai due poli. 

L’argomento diventa estremamente interessante se si considera, poi, che Calenda quegli stessi poli li ha lungamente (e per me saggiamente) avversati in questi anni. Epperò il leader di Azione sostiene anche di voler selezionare da essi la classe dirigente che più gli aggrada per formare una “maggioranza Ursula” della quale essere “il perno“. Tutto bellissimo, tutto legittimo. Se non fosse che qualcuno, arrivato ad un certo punto, potrebbe chiedere a Calenda su quali basi egli si arroghi il diritto di stabilire chi è presentabile e chi no, chi può fare parte del prossimo governo e chi no.

Per intenderci, nell’intervista a La Stampa, Calenda dice di avere ottimi rapporti con Enrico Letta (eppure non sembrava alle suppletive della Camera nel collegio di Roma Centro), loda l’area governista di Forza Italia e quella della Lega. Anche in questo caso si tratta di pensieri non solo legittimi, ma per larga parte pure condivisibili. Se non fosse che poi il tratto incoerente e umorale di Calenda torna prepotentemente in auge.

Leggete, per esempio, cosa dice di Giuseppe Conte a proposito della sua scelta di guidare il Movimento 5 Stelle:

Non capisco come sia passato per la testa a Giuseppe Conte, una persona che ha un profilo istituzionale e un certo prestigio, di mettersi in mezzo a quel branco di matti“.

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