Conte e le minacce di Mosca: l’asse dell’avvocato con Trump e Putin dietro la furia del Cremlino

Due anni. Dal marzo 2020 al marzo 2022. Tanto è bastato a far precipitare i rapporti tra Mosca e Roma. “Dalla Russia con amore” alla Russia con…rancore.

Isolata dall’Occidente, persino da quell’Italia che aveva sempre considerato “affetto stabile” (citazione non casuale), ventre molle della NATO, pronta a tradire il proprio campo d’appartenenza, a vendersi al miglior offerente, la Russia ha reagito con spropositata violenza verbale alla fermezza incarnata dal governo Draghi nel sostegno all’Ucraina.

Eppure, per comprendere come si sia passati dall’invio di aiuti (aiuti?) pandemici ad uno scadimento dei rapporti senza precedenti, bisogna fare un passo indietro, non limitarsi alla guerra in corso. Più precisamente si deve tornare ai tempi del governo di Giusppe Conte, al ruolo esercitato dall’allora presidente del Consiglio, alla sua geopolitica “personale“, ai rapporti intessuti dall’ex premier con Donald Trump e Vladimir Putin.

Attenzione: questo blog non è in grado di dire se Conte abbia peccato d’ingenuità o se vi sia stato dolo. Né sa dire quale caso sarebbe più grave: scelga il lettore. Ma è fuori discussione che l’avvocato abbia seriamente rischiato di spostare il baricentro geopolitico dell’Italia. Salvo restare a sua volta bruciato, colpevole di aver puntato sul cavallo sbagliato.

Conte fra Putin e Trump: una geopolitica personale, sulla pelle dell’Italia

Quando l’Italia viene colpita, primo Paese in Europa, dalla violenza del virus, è Vladimir Putin in persona a telefonare a Giuseppe Conte. Al presidente del Consiglio italiano offre ufficialmente l’aiuto della Russia: dall’invio di mascherine a quello di personale medico, fino ad arrivare alla disinfezione di strade ed acquedotti lombardi.

Nella migliore delle ipotesi una colossale messinscena, nella peggiore un’operazione a sfondo spionistico. Ma non è né quello propagandistico né quello a tema spy-story l’aspetto più interessante di questa vicenda: semmai è quello geopolitico.

Putin sceglie scientemente l’Italia come scenografia dell’impegno di Mosca contro il coronavirus. Lo fa in maniera strumentale, e tatticamente perfetta. Sa bene che non c’è teatro migliore per lanciare un messaggio a Washington: perché per quanto ignara del suo valore, l’Italia è non solo satellite USA, ma Paese noto e amato ai quattro angoli del globo. Ciò che avviene a queste latitudini sarà ripreso ovunque. E così è.

Domanda: cosa vuol comunicare l’inquilino del Cremlino? Risposta: la propria disponibilità a giocare nel campo occidentale. A schierarsi – udite udite – dalla parte degli Stati Uniti nella sfida esistenziale che l’America sa di essere destinata a combattere contro la Cina. Di più: Putin è pronto a sfruttare la missione in Italia per dichiarare al mondo intero di aver raccolto prove sufficienti a confermare che il coronavirus è opera dei laboratori cinesi.

Musica per le orecchie di Trump: che suo malgrado, però, non è l’America, solo un presidente di passaggio.

Sì, perché se Trump come molti suoi predecessori guarda con favore alla possibilità di una distensione nei rapporti con la Russia, funzionale a concentrarsi unicamente sul contenimento della Cina, così non è per gli apparati americani. È quello che The Donald chiama con disprezzo “deep State“, lo Stato profondo USA, a dirsi contrario all’operazione, ben consapevole che Mosca sarebbe sì pronta a schierarsi dalla parte dell’America nel confronto con la Cina, ma non senza nulla in cambio.

La posta in palio è chiara: la Russia ambisce a diventare luogotenente dell’America in Europa, chiede di estendere la sua influenza nel Vecchio Contintente. Ipotesi accettabile per Trump, dichiaratamente isolazionista, molto meno per gli Stati Uniti, impero non per scelta ma per necessità, costretto a giocare il ruolo di numero Uno poiché consapevole che un minimo arretramento porterebbe i rivali a saltargli al collo.

E poiché sono loro, gli apparati, a ragione o a torto ma loro, a fare la politica estera americana ben più di quanto credano le opinioni pubbliche occidentali, a garantire cioè la continuità del primato USA ben oltre l’alternarsi di esponenti Democratici e Repubblicani alla Casa Bianca, è un errore fatale quello commesso da Giuseppe Conte: una telefonata a Donald Trump all’indomani di quella ricevuta da Vladimir Putin.

La telefonata a Trump di Giuseppe Conte: la scommessa sul cavallo sbagliato

L’avvocato ha compreso cosa voglia dire scatenare l’ira di Washington un anno prima, ancora una volta a marzo (mese ultimamente terribile), alla firma dell’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta di marca cinese. Così stavolta pensa di aggirare l’ostacolo avvertendo Trump in persona della proposta di aiuto di Putin: “Donald, che ne pensi?“. Dalla Casa Bianca arriva il via libera. Ma non basta ad evitare gli strali americani.

La scenografica traversata della Penisola realizzata dal convoglio russo, con tanto di bandiere sui mezzi militari, fa il giro del mondo. E gli apparati USA fanno trapelare (eufemismo) profonda irritazione. La Russia di Putin si vede dunque respinta nel proprio tentativo, sedotta e abbandonata. Così, alle sette di sera di venerdì 3 aprile 2020, il generale russo Igor Konashenkov firma sul portale del ministero della Difesa russo un mon…

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