Com’è andato (realmente) il vertice Draghi-centrodestra

In ambienti parlamentari si attendeva l’incontro odierno fra i leader del centrodestra di governo e il premier Draghi non tanto per ricevere sostanziali novità sui temi di tasse e catasto, quanto per verificare l’attitudine del presidente del Consiglio.

Il sottotesto era il seguente: se deciderà di mediare, di venire incontro alle richieste dei partiti, allora sarà il segnale che ancora non si è stufato, che le Cassandre che prefigurano un giorno sì e l’altro pure la sua intenzione di far ritorno al ritiro di Città della Pieve, non trovano riscontro.

Se invece mostrerà la propria irritazione, se si dichiarerà indisponibile a qualsivoglia compromesso, allora vorrà dire che qualcosa di reale sta covando sotto l’apparente maschera di tranquillità ostentata dal premier in tutte le occasioni pubbliche.

E dunque: qual è il responso dell’incontro?

Impossibile fornire una risposta univoca, meglio dunque raccontare i fatti, e porre attenzione alle diverse sfumature.

Si cominci col dire questo: da parte di Draghi non sono giunte particolari concessioni al centrodestra. Il premier ha infatti ribadito che “non ci sarà alcun aumento delle tasse” (concetto espresso in queste settimane a più riprese), ma al contempo opposto l’indisponibilità del governo a modificare in maniera sostanziale la riforma del catasto, come invece richiesto dal centrodestra.

Ecco, in questo senso un muro contro muro c’è stato.

Perché se il motivo dell’intervento dev’essere l’assicurazione che non vi sarà alcun aumento delle tasse – si ragiona a Palazzo Chigi – allora non vi è ragione di metter mano. Basta leggere l’articolo 10 della delega fiscale, secondo cui da essa “non deve derivare nessun incremento della pressione tributaria“. Amen.

Non solo: in particolare sul catasto, la legge delega afferma in maniera inequivocabile che l’aggiornamento delle “rendite catastali” non potrà essere impiegato per calcolare le basi imponibili delle imposte immobiliari. E così sia.

Allora ecco spiegata, senza rancori di sorta, la rigidità di Draghi sul tema: scusate, è che non c’è da venire incontro.

Allo stesso tempo, però, quello che si consuma in un incontro durato circa un’ora e mezza, non può essere definito uno strappo in piena regola. E un indizio in tal senso si era avuto prima del vertice stesso, quando fonti della Lega assicuravano che da parte di Salvini non vi era “nessuna volontà di rottura“.

Ve n’è conferma scorgendo i volti dei leader del centrodestra all’uscita da Palazzo Chigi: un sorriso placido, e la voglia di garantire che se un accordo sui vari punti trattati non c’è – perché non c’è – non significa che non possa esserci dopo che i rispettivi tecnici avranno messo mano alle carte.

La sensazione è quella di un teatro. Ed è probabile che come tale l’abbia vissuta lo stesso Draghi. Peccato non poter osservare la sua espressione quando Salvini, durante l’incontro, compreso che sul fronte delle tasse non ce n’era, inizia a farsi fiume in piena. Come? Chiedendo ad esempio una “pace fiscale“, pur conoscendo la contrarietà degli altri partiti di maggioranza. E ancora: criticando a più riprese Lamorgese, pur sapendo che Draghi non si azzarderà a toccare una sola casella della compagine ministeriale per non correre il rischio di dar vita ad un effetto domino dai risvolti imprevidibili.

Ecco, basta questo spaccato per dare l’idea del clima del giorno. Si chiude così, con un ché di irrisolto, in un clima di mestizia, la mattinata un po’ farsesca di questo centrodestra.

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