“Così il web ci brucia il cervello (e pure le leadership)”. Parla Cangini

Leggete quest’intervista ad Andrea Cangini, dopodiché (almeno per un po’) provate a non toccare lo smartphone, spegnete il pc, dedicatevi ad un buon libro (magari proprio “CocaWeb. Una generazione da salvare“): ne va della vostra salute, mentale e fisica. A spiegarlo è il senatore di Forza Italia, autore di un volume nato con l’intento di far luce sui risultati agghiaccianti emersi da un’indagine conoscitiva svolta in Commissione Istruzione al Senato. Oggetto? Il rapporto tra la tecnologia digitale e gli studenti (ma non solo).

D. Senatore Cangini. Partiamo dal titolo del suo libro: “CocaWeb“. Potrebbe sembrare una forzatura. E invece?

C. Invece purtroppo il titolo è la fedele sintesi di quello che neurologi, psicologi e psichiatri ci hanno spiegato in Commissione: tutti ci hanno detto che gli effetti dell’uso compulsivo di social, videogiochi e simili sono letteralmente “identici” a quelli della cocaina. Il cervello è incoraggiato a secernere gli ormoni che trasmettono la sensazione del piacere: ecco perché i ragazzi preferiscono giocare ai videogames piuttosto che – uso schemi antichi – scendere a giocare in cortile. Perché è oggettivamente più piacevole. Per un genitore, staccare il proprio figlio dallo smartphone o dalla console è difficile come staccare il cocainomane dalla cocaina. Non è sbagliato parlare di dipendenza.

D. Quello dipinto nel suo libro è un quadro allarmante. Cosa si può fare per porvi rimedio?

C. Ho scritto questo libro con l’intento di far sì che il mondo adulto si renda conto della gravità del fenomeno: è il presupposto per poi pensare di governarlo. Io sono sicuro che arriverà un momento in cui, per usare un’immagine chiara, il genitore che al ristorante piazza il proprio figlio davanti allo smartphone per non avere seccature susciterà un giudizio critico, di riprovazione, in chi assiste ad una scena del genere. Ma non ci siamo ancora. Quindi la prima cosa da fare è spiegare ai genitori qual è la posta in palio: le capacità mentali dei loro figli, una cosa gigantesca.

D. E la politica? Sta a guardare?

C. Le norme di legge ci sono, ma non vengono fatte rispettare. C’è molto timore da parte della classe politica perché si teme che intervenire sia impopolare: da una parte ti alieni il voto giovanile, dall’altra non sei sicuro di intercettare il voto adulto. E poi – è inutile negarlo – quella del web è la lobby più colossale dell’umanità, dunque ci sono anche degli interessi materiali in gioco.

D. Eppure da qualcosa si deve partire.

C. Intanto l’indagine conoscitiva si è conclusa con una relazione che è stata approvata all’unanimità (cosa rarissima in Parlamento) da tutte le forze politiche.

D. All’inizio però i 5 Stelle non erano tanto convinti, vero?

C. Sì, soprattutto il primo governo Conte era molto dipendente dagli interessi dei giganti del web. Penso alla battaglia contro l’editoria tradizionale portata avanti da Crimi, a quella – grazie al cielo non conclusa – in favore del commercio online, con la chiusura domenicale dei negozi e dei centri commerciali. E a quella contro il riconoscimento del diritto d’autore in sede europea. M5s e Lega votarono contro una norma che dice: l’autore di una canzone, piuttosto che di un libro, è il titolare – sulla sua opera – dei diritti dell’ingegno. Non è possibile che le grandi compagnie del web rubino i contenuti senza riconoscere, a chi ha li creati, i diritti che gli spettano: è il più grande furto di proprietà intellettuale della storia dell’umanità. Per fortuna poi si è fatto strada il principio di realtà…

D. Torniamo alle proposte. Come si potrebbe intervenire in concreto?

C. Questa relazione raccomanda al governo di valutare l’opportunità di divieti di uso e vendita di smartphone per i minori di 14 anni. Inoltre raccomanda di applicare la circolare ministeriale del 2007, secondo cui nelle classi non devono entrare i telefonini. Un quarto degli studenti dice di usare “costantemente” lo smartphone in classe, facendone l’uso che ne farebbe a casa. Ci sono studi, che cito nel libro, che dicono che la sola presenza fisica del telefonino poggiato sulla scrivania costituisce un importante elemento di distrazione durante lo svolgimento dei compiti.

D. Anche senza toccarlo?

C. Sì, e noi sappiamo che lo toccano eccome!

D. Altre azioni?

C. Rivalutare ed incoraggiare la scrittura a mano, che riattiva l’emisfero sinistro del cervello, e la lettura su carta, che si imprime nella memoria e attiva i meccanismi della conoscenza enormemente di più. Se leggi un articolo di giornale sul tablet lascia meno traccia: ti forma molto meno dello stesso articolo letto su un foglio stampato. Il consiglio per i genitori con figli piccoli è invece quello di allontanare il più possibile il momento in cui farli entrare a contatto con la tecnologia digitale, perché dopo sarà difficilissimo gestirla. È da matti dare uno smartphone ad un bambino di 8 anni, gli si fa fisicamente del male.

D. Nel libro Lei sostiene che, dopotutto, sia anche una questione di “felicità”.

C. Nel 2019 è stato presentato all’ONU un rapporto sulla felicità nel mondo, si chiama “World Happiness Report“, la tesi è proprio quella contenuta nel libro: i giovani hanno perso la possibilità di essere felici perché dipendenti dal web. Per tutta una serie di meccanismi, il web li aliena e li rende quanto mai frustrati. Da quando la console per videogiochi è entrata nelle stanze dei ragazzi (2001) a quando gli smartphone sono entrati nella loro disponibilità (2007-2008), tutti i disagi psicologici – l’anoressia, la bulimia, l’aggressività, la depressione, l’ansia, gli attacchi di panico – sono in crescita costante e vertiginosa. Mai come in quest’epoca il malessere giovanile è stato così sviluppato. Allo stesso tempo si perdono facoltà mentali: i disturbi dell’apprendimento negli ultimi 7 anni sono cresciuti del 357%!

D. C’è un esempio che mi ha colpito: non riusciamo più a guardare un film, una partita di calcio, senza prendere in mano il telefono. È vero. Può essere che i ritmi serrati, la velocità incessante che è propria del web, abbiano delle ricadute anche sulla percezione, per esempio, della politica? Vogliamo tutto e subito, chiediamo soluzioni semplici(stiche), rifiutiamo la complessità. 

C. Certo, questo è il principale problema che tutti i leader politici devono fronteggiare quotidianamente. Quasi tutti cedono allo spirito dei tempi e quasi tutti restano vittima di questo meccanismo. Intanto la logica dei social è oppositiva: funzionano le cose “contro“, non le cose “a favore“. Questo incoraggia la personalizzazione: scrivere “la tal idea è sbagliata per queste ragioni” porterà ad essere letti ed apprezzati da 10 persone; scrivere “lui, Mario Rossi, ha detto una cosa sbagliata“, porterà ad essere letti ed apprezzati da 100 persone. Sui social bisogna semplificare al massimo: più si va a fondo alle cose meno si viene seguiti e compresi. Il risultato è che la politica è incoraggiata a stare sulla superficie dei problemi, in un’epoca in cui i problemi sono sempre più complessi. Basta osservare i social dei leader che più li utilizzano: nella stessa giornata promettono 4 o 5 cose diverse su fronti diversi. E il giorno dopo uguale. E quello dopo ancora. Tutte promesse che non possono essere mantenute. Il risultato è che l’elettore alla fine sperimenterà la nausea, un senso di tradimento.

D. Ecco perché si bruciano le leadership così velocemente.

C. Esattamente, anche per questo le leadership sono spesso fuochi di paglia: grandi fiammate di cui, dopo poco, non resta che un mucchietto di ceneri.

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