Ad Arcore il vertice dei sospetti: il centrodestra si è riunito, non è unito

Non ha potuto nulla la proverbiale ospitalità di Silvio Berlusconi, la calorosa accoglienza riservata a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. E ad essere onesti pure il menù a base di riso con melanzane, olive e pachino, branzino in crosta e gelato al pistacchio, alla fine si è arreso.

Il centrodestra si è riunito, sì, non è unito.

E difficilmente lo sarà oltre la contingenza di queste elezioni amministrative (nemmeno ovunque, peraltro). Il motivo è tanto banale quanto politicamente inaggirabile: è che nessuno si fida più dell’altro. Perché la partita del Quirinale ha inaugurato la stagione dei veleni e dei sospetti. E pensare di costruire un orizzonte comune, su queste premesse, è onestamente impossibile.

Ad onor del vero, va detto, Berlusconi ci prova. E il fatto che il vertice si tenga a Villa San Martino, più che una cortesia riservata ad un leader avanti con gli anni, appare l’inevitabile ammissione che soltanto ad Arcore si possa miracolosamente trovare un motivo per restare insieme. Per il Cavaliere non c’è bisogno di perdersi in ragionamenti complessi: sfasciare la coalizione, dice, “sarebbe da pazzi“, perché senza il centrodestra unito “vince la sinistra“. Semplice no? Ecco, per Silvio dovrebbe bastare questo, a tenere tutto. Ma il punto è che per gli altri due, Matteo e Giorgia, i rancori hanno superato di gran lunga le logiche d’interesse.

Salvini è come in imbarazzo, dopo mesi di silenzio, di incomunicabilità con Meloni. E di umiliazioni subite: come il mancato accesso alla kermesse di Fratelli d’Italia a Milano, soltanto pochi giorni fa. L’orgoglio lo porta a sfoggiare sorrisi comunque. A dirsi “molto soddisfatto” della giornata, aggiungendo nel bilancio complessivo il fatto di aver incontrato in mattinata i sindacati. Non sia mai che passi l’idea che Salvini è felice perché Meloni gli ha dato udienza.

Eppure dopo essere stato in testa ai sondaggi per anni, il fatto di essere superato a destra all’ultima curva, proprio ora che l’orizzonte delle Politiche non è lontano, ecco, questo proprio non gli va giù. Perché nel centrodestra, salvo smentite, vale il principio secondo cui il candidato premier lo fa il leader del partito che prende più voti. Formula che oggi premierebbe Meloni e penalizzerebbe Salvini.

È un caso, allora, che ad Arcore con Salvini si sia presentato Roberto Calderoli?

Il padre del “Porcellum”, l’uomo che gestisce per il Carroccio il dossier legge elettorale. Colui che pubblicamente giura che il treno per una modifica in senso proporzionale è ormai partito, e non si afferra più; ma che intanto nell’ultima intervista ha ricordato ai naviganti – giustamente – che il presidente del Consiglio lo nomina il capo dello Stato. Capito Giorgia?

Magari è per questo che Meloni, uscita da Arcore per ultima, annusata l’aria affida in una nota diramata da Fratelli d’Italia la conferma della sua “indisponibilità a qualsiasi futura alleanza con il Partito democratico e/o Cinque stelle“, aggiungendo di confidare “nella stessa chiarezza da parte degli alleati“. Siamo a questo punto, alla riproposizione del patto anti-inciucio, alla richiesta di un notaio che si sostituisca alla politica.

Berlusconi fa quel che può. Concavo…

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