Ciriaco De Mita: nato, vissuto e morto democristiano

Tra i grandi rimpianti di chi come me ha 30 anni ed è stato contagiato (in questo caso per fortuna) da quella strana malattia che è la passione politica, c’è quello di non aver vissuto prima e conosciuto poi alcuni dei protagonisti che hanno fatto la storia di questo Paese. Come Ciriaco De Mita.

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Il padre dell’ex segretario della Democrazia Cristiana e presidente del Consiglio faceva il sarto. Chissà che Ciriaco non abbia ereditato da lui, almeno idealmente, l’arte del ricamo. La capacità di legare tra loro i pensieri che affollavano i suoi complessi ragionamenti. Uno sforzo quasi visibile in quel suo caratteristico gesticolare.

Peccato non aver subito una sonora strigliata, una lavata di testa di quelle che mortificano, ma fanno crescere. Ne sa qualcosa Marco Follini.

Poco più che 20enne, all’esordio come oratore al consiglio nazionale DC, si rese protagonista di un intervento che oggi non fatica a definire di “rara pochezza“.

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La pensava evidentemente così anche l’allora vicesegretario De Mita, che gli riservò la seguente bacchettata: “Prima di sentirti parlare non ti conoscevo. Ma devo dire che, anche dopo averti sentito parlare, continuo a non conoscerti“.

Addio a De Mita, scompare uno dei leader della Prima Repubblica

Ciriaco De Mita è stato, per citare ancora Follini, “l’ultimo squillo di tromba dalle parti di piazza del Gesù (…), il più concreto e insieme il più astratto tra i leader DC“. E in questa definizione sta forse il ricordo che oggi gli riserva l’ultimo dei democristiani, Gianfranco Rotondi: “Per lui la politica era pensiero e l’ha detto fino all’ultimo minuto“.

De Mita fu precursore di una tendenza che oggi la mia generazione dà per scontata: il fatto che un partito sia (in buona parte) il suo leader. Epperò non aveva fatto i conti con i suoi amabili colleghi di partito, spettacolari nell’arte di colpire in punta di fioretto. Era la politica della Prima Repubblica, per qualcuno un’offesa. Non per loro. Non secondo me.

Sono emblematiche le parole pronunciate oggi dalla figlia del suo acerrimo rivale (rivale, non nemico) Bettino Craxi. È la senatrice Stefania a dire che tra i due vi fu un conflitto politico aspro ed a tutto campo, frutto di visioni e mondi diversi, a tratti inconciliabili, ma all’insegna della politica come terreno di confronto tra i migliori”.

“Vado a dimettermi“, annunciò col sorriso De Mita ai giornalisti nel cortile di Palazzo Chigi dopo la spallata assestata dal leader socialista nei confronti del suo esecutivo. Ma tra le lezioni di Ciriaco De Mita c’è quella per cui ci si può dimettere da un governo, non dalla passione politica.

Basta rivedere il duello tv con Renzi, nel 2016, sul Sì o No al referendum costituzionale. Comunque la si pensi, vedere un 88enne combattere come un leone per qualcosa in cui crede è uno spettacolo. Se poi ha anche la capacità di tirare fuori battute come questa, tanto meglio.

Proprio durante quel dibattito, in un momento particolarmente acceso (neanche il maggiore), De Mita disse a Renzi: “Io nasco democristiano e muoio democristiano“. Di questo, in verità, gli aveva dato atto anche un suo oppositore come Donat-Cattin: “È stato un grande presidente del consiglio e lo ha fatto da democristiano“.

Aveva il senso della storia, per averla vissuta, per averla scritta. Per questo ha potuto dire, senza timore di essere smentito, che quando un giornalismo senza memoria paragonava Giuseppe Conte ad Aldo Moro offendeva la memoria di uno statista.

Non è compito di chi scrive arrogarsi il diritto di tracciare un bilancio su vita e carriera di Ciriaco De Mita. Afferma Rotondi nel suo libro, “La variante DC”, che “De Mita per 7 anni è stato la DC“.

Ne deriva una constatazione: De Mita è stato l’Italia.

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