E Draghi disse: “Ce ne torniamo alle nostre vite…”

Quando sente la voce di Giuseppe Conte, dall’altro capo della cornetta, Mario Draghi intuisce subito quello che sarà il tenore della telefonata. L’avvocato è affettato nei modi o, come suggerisce qualcuno, “disperato nella sostanza“. Di certo è un Conte diverso da quello che, soltanto pochi giorni fa, si era presentato a Palazzo Chigi ostentando un atteggiamento offeso, deciso a rimarcare il presunto tentato golpe di Draghi ai suoi danni, con la complicità – anche questa presunta – di Beppe Grillo.

Acqua passata. L’avvocato dice a Draghi di aver “apprezzato le aperture sui temi sociali“, ma è come sempre un fiume in piena nell’esporre le sue difficoltà nell’operare un passo indietro sulla questione del giorno: il voto di fiducia sul dl Aiuti. Chiede al presidente del Consiglio un “segnale forte“, di “netta discontinuità“, magari una dichiarazione, o in alternativa una velina, da giocarsi nel Consiglio Nazionale M5s che ha riaggiornato in serata, proprio per avere modo di parlare con il premier.

Ma quest’ultimo, quello che doveva (e voleva) dire, lo ha detto già pubblicamente. E per quel che riguarda le veline, beh, è già da un pezzo che a gestire la comunicazione di Palazzo Chigi non è più Rocco Casalino.

A Draghi, Conte racconta dell’ala barricadera del suo partito, di come i senatori oltranzisti non appoggerebbero una marcia indietro che portasse a votare a favore del governo. Ed è a quel punto che il presidente del Consiglio interrompe il suo interlocutore: “Mi sembra di capire che tu abbia un problema interno. E io su questo non posso proprio aiutarti“. La stilettata è di quelle che vanno dritte al cuore: Draghi risponde di fatto all’accusa pronunciata da Conte poco tempo fa, quella di un premier tecnico che mette il naso nelle faccende dei partiti. No, Draghi non è questo, non lo è mai stato. Ma ciò non significa che non tenti di salvare il salvabile, che non provi a convincere Conte che “se davvero hai a cuore i 9 punti che mi hai sotto…

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