Raccolta firme Azione. La tattica di Calenda (in chiave Renzi): non è solo burocrazia…

Nella domenica che ha sancito la fine del patto con il Partito Democratico e dei rapporti personali con Enrico Letta, Carlo Calenda ha compiuto una mossa di carattere organizzativo non banale. Ha infatti convocato i 48 direttori provinciali di Azione per comunicargli l’intenzione di raccogliere in fretta e furia le firme necessarie a presentarsi alle elezioni. Una mobilitazione straordinaria, quella di cui ha parlato Calenda, consapevole che il venire meno della federazione con +Europa obbliga l’intero apparato ad una corsa contro il tempo dai ritmi serrati.

Non si tratta soltanto di trovare in pochi giorni 36.750 persone che mettano la propria firma sui moduli in questione (il numero complessivo di firme richieste è di 56.250, ma chi firma per la Camera firma anche per il Senato), 750 per ogni collegio plurinominale, ma pure di trovare in tutti i collegi i candidati per un’eventuale corsa solitaria. Ed è qui che si inserisce la tattica politica, al di là della burocrazia.

Per capire occorre fare un piccolo passo indietro. In queste ore i dirigenti di Azione si dicono pubblicamente sicuri di essere esonerati dalla raccolta firme in ragione dell’art. 6-bis del “decreto elezioni 2022”. In privato, però, la stessa certezza evapora.

Sono proprio i più esperti di tecnicalità di questo genere, all’interno del partito guidato da Calenda, a dare voce al timore che arrivati al dunque l’ufficio elettorale possa rigettare la lista autonoma di Azione, in assenza delle necessarie sottoscrizioni. Certo è curioso che in un Paese come l’Italia non sia stato fino ad oggi possibile ottenere un’interpretazione ufficiale sullo stato dell’arte riguardante i requisiti di Azione (e non solo) per prendere parte alle prossime elezioni e che molti leader (esempio: Clemente Mastella) abbiano dovuto ripiegare su indicazioni informali da parte di questa o quell’altra corte d’appello.

Ma è proprio questa incertezza di fondo a spinger…

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