Una strategia per l’Italia. E il mondo a 9 ore dalla guerra

Io vi avviso. Condividendo questo thread, il rischio che qualcuno accusi voi e il sottoscritto di essere preda di una “furia bellicista” è da tenere in considerazione. Di questi tempi capita spesso. Chi deciderà di correrlo saprà però di avere ragionato (e suggerito di fare lo stesso) sui pensieri del più importante geopolitico al mondo: George Friedman. È lui, con il suo stile sempre al limite tra la provocazione irriverente e geniale profondità di ragionamento, a porre il quesito giusto: “Io non mi chiederei quante truppe americane ci sono in Italia, ma quante truppe italiane ci sono in Italia. E su quante truppe italiane potremmo contare come americani”. L’affermazione in questione potrebbe spiazzare i meno avvezzi alle questioni geopolitiche, ma la guerra in Ucraina ha avuto un inquietante merito: far realizzare

a molti Paesi europei che in caso di un possibile (probabile?) conflitto non sarebbero poi così pronti – dolce eufemismo. Condannati cioè ad una speranza: che mamma America rispetti la parola data. Meglio: che la interpreti come noi l’abbiamo sempre interpretata. Ovvero: un attacco contro uno di noi sarà considerato un attacco a tutta l’Alleanza NATO. Insomma: che venga in nostro soccorso, mandando i suoi ragazzi a morire per noi, come già accaduto in passato. Intendiamoci: nessuno vuole una nuova guerra. Ma in una guerra si può cascare senza volerlo. Stupirà gli odiatori USA nostrani apprendere che nemmeno l’America ha tutta questa intenzione, per esempio, di avviare una guerra per Taiwan. Friedman la mette giù alla sua maniera: “Di Taiwan non importa a nessuno”. Ma il punto è un altro: gli Stati Uniti devono controllare gli oceani Pacifico e Atlantico, perché questa è la base della sicurezza nazionale americana. E allora? Friedman si spinge oltre: “Gli USA non hanno desiderio di guerra, ma la Cina non ha possibiltà di invasione”. Per realizzarla occorronno mezzi anfibi in quantità, di cui Pechino scarseggia. Anche li avesse nascosti al mondo, i cinesi impiegherebbero nove ore per arrivare a Taiwan: nove ore nelle quali gli Stati Uniti apprenderebbero dal satellite dell’operazione in corso. E lì si presenterebbe il dilemma strategico della nostra epoca: Washington deciderebbe o meno di affondare i mezzi cinesi? Nessuno lo sa. E non è un male. Perché su questo buco nero informativo si regge il fragile equilibrio del Pianeta. Noi, Italia, Europa, Occidente siamo, per dirla con le parole dell’Alto Rappresentante per la politca estera Ue, Josep Borrell, “un giardino circondato dalla giungla”. Avviso ai naviganti: c’è il serio rischio che la giungla invada il giardino. Faremmo bene a predisporci allora ad un’opera di adeguata manutenzione.

Agli autogol diplomatici di queste ore (chiedere a Sergio Mattarella: il Trattato del Quirinale non è bastato ad evitare tensioni con Parigi su una questione, quella degli sbarchi, che il calendario – siamo a novembre, auguri – rende oggi secondaria), si aggiungeranno nelle prossime settimane (non mesi) infuocate tensioni con Berlino. Giacché è il segreto di Pulcinella che la Germania – la Germania che intende diventare prima potenza militare del continente e sempre viene vista con diffidenza da Washington – tornerà a spingere presto per il ritorno dell’austerità europea. Regime mortifero, indovinate un po’, per Italia e Francia, oggi troppo impegnate a darsele per pensare di fare domani comunella. Perdiamo così di vista le ragioni del nostro stare al mondo, gli obiettivi che dovremmo darci per tentare di perseguirli, lo spazio vitale – il Mediterraneo – che dovremmo presidare. Friedman consiglia: “Da potenza navale decisiva per UE ed USA, l’Italia dovrebbe avere una strategia nazionale che combini interessi economici, Alleati e realtà militare”. Vaste programme, avrebbe detto de Gaulle. E che la citazione sia francese, lo giuro, è solo un caso, un dettaglio.

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