Meloni e le conferenze stampa: gli errori e le differenze con Draghi

Appunti sparsi sul taccuino.

L’epoca di Mario Draghi è finita. Le conferenze stampa a Palazzo Chigi hanno inevitabilmente perso di interesse. Super Mario nel suo periodo alla Bce ha frequentato una grande scuola: a Francoforte una risposta sbagliata era (ed è) in grado di far precipitare i mercati (chiedere a Lagarde) o di salvare l’Euro (chiedere appunto a Mario Draghi). Così si impara ad indirizzare un messaggio chiaro.

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Le conferenze di Giorgia Meloni sono per buona parte del tempo soporifere. La premier non possiede chiaramente la capacità dialettica di Draghi, ma ad incidere è anche la diversa gestione (sbagliata, a mio avviso) del tempo a disposizione. Troppo tempo destinato ad una lunga, spesso infinita, presentazione dei provvedimenti. Troppo poco alle domande dei giornalisti. Draghi si rendeva protagonista di una breve introduzione (veicolava i messaggi a suo avviso più importanti, non tutti) e poi lasciava la parola ai giornalisti. L’attenuante odierna di Meloni è che la Manovra non può essere archiviata con due parole.

A chi oggi mette in dubbio la libertà di stampa è legittimo rispondere con una risata. Articoli (soprattutto titoli) come quelli in foto non solo sono immotivati, ma non fanno altro che chiarire perché una buona parte dell’opinione pubblica tifi per la cosidetta “underdog” e provi rigetto per il “mainstream”.

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