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22 Marzo 2023

Boris Johnson contro tutti: l’interrogatorio sul Partygate che ferma il Regno Unito. La memoria difensiva e i possibili scenari – DIRETTA

Qualche giorno fa, presentando il caso, la CNN si è chiesta se lo spettacolo a cui assisteremo oggi sarà ricordato come l’inizio della fine della carriera politica di Boris Johnson. Risposta a tale quesito non è (ancora) data, ma una cosa è certa: se davvero di “last dance” si tratterà, è certo che sarà un ultimo ballo “alla BoJo“. Ciò significa tutto e il suo contrario, a seconda che amiate o detestiate l’ex primo ministro del Regno Unito: una terza ipotesi non è data. Bianco o nero: il grigio non è incluso. Eppure è ad una sua sfumatura che Boris è sembrato appigliarsi nella memoria difensiva di 52 pagine (la mia notte trascorsa a leggerla per intero: è la vita del blogger che lo impone) depositata all’immediata vigilia dell’audizione/interrogatorio cui sarà sottoposto oggi dalla Commissione per i Privilegi della Camera dei Comuni. Spetta a quest’ultima l’indagine sull’ipotesi che infiamma il Regno di Sua Maestà: Boris Johnson ha mentito o meno al Parlamento a proposito del famigerato “Partygate“? Un evento attesissimo in Inghilterra (e non) dai suoi odiatori (e non), per cui è prevista diretta televisiva, nel convincimento (diffuso) che l’ora X per l’incorreggibile Boris sia giunta.

In discussione, è bene sottolinearlo, non sono le feste e i ritrovi celebrati a Downing Street in tempo di lockdown. No, da capire è se Johnson abbia fornito ai Commons informazioni poi rivelatesi errate in maniera deliberata o incauta, o se invece (come da lui sostenuto) sia stato a sua volta vittima di una comunicazione non adeguata da parte dei suoi collaboratori. A giudicarlo sarà una commissione composta da sette membri (4 conservatori, 3 dell’opposizione), presieduta dalla veterana del Labour, Harriet Harman. È nei riguardi di costoro che Johnson si è scagliato nella sua memoria difensiva, affermando la netta impressione che “la commissione stia montando un caso (…) nonostante l’assenza di qualsiasi prova“. Johnson denuncia una ricerca di prove “estremamente selettiva” da parte di chi indaga, volta a non tenere conto, per esempio, che “un numero significativo di testimoni ha testimoniato che avevo effettivamente ricevuto assicurazioni che le regole erano state rispettate al Numero 10 di Downing Street; e non fa riferimento al fatto che l’opinione di molti altri funzionari che lavoravano al Numero 10 era che le regole e le linee guida venivano rispettate“.

Johnson cita come prova della sua buona fede l’allora direttore delle comunicazioni, Jack Doyle, ricorda che in una delle riunioni contestate, sotto Natale, è accaduto che i dipendenti del palazzo si scambiassero dei regali, sorseggiasero un bicchiere di vino, mangiassero del formaggio, ma fu Doyle a dirgli che “definirla festa era una grande esagerazione. Gli ho chiesto: ‘Era nelle regole?’. Mi ha detto: Era nelle regole’“. Johnson richiama il clima in cui si lavorava all’epoca, uomini e donne impegnati 24 ore su 24 “per far funzionare il Paese“. E sì, ammette, sicuramente si faceva il massimo per mantenere il distanziamento sociale, ma – e qui arriva un colpo che di certo ha qualcosa di geniale – “data la natura del lavoro e la natura dell’edificio (che ha molte stanze piccole e corridoi stretti) era inevitabile” incorrere in qualche sorta di errore.

Johnson va pure oltre la critica all’architettura, cerca di portare dalla sua il rigor di logica, e a tal proposito spiega come un deficit del rapporto redatto dalla Commissione sia il tentativo di basarsi sulle fotografie degli eventi finiti sotto la lente di ingrandimento. Esse, spiega Boris, “in realtà forniscono un’ulteriore conferma” del fatto che l’illecito contestato “non era affatto ‘ovvio’. Quattro delle cinque fotografie su cui si basa la Commissione sono del fotografo ufficiale di Downing Street. Il sospetto che noi avremmo organizzato eventi ‘palesemente’ contrari alle Regole e alle Linee Guida, e che avremmo permesso che tali eventi venissero immortalati dal fotografo ufficiale non è plausibile“.

In quella che i deputati Conservatori a lui fedeli continuano a denunciare come una “caccia alle streghe“, Johnson trova anche la forza per un contrattacco. Sembra di vederlo mentre, con un fare un po’ offeso, denuncia il fatto di essere stato l’unico sanzionato dalla polizia per aver preso parte al raduno tenuto nella stanza del gabinetto il 19 giugno, sebbene altre persone fossero presenti: “La polizia – scrive – deve aver deciso che (quelle persone) avevano comunque scuse ragionevoli per essere lì. Quali fossero quelle scuse e perché la polizia abbia deciso che (io) non ne avevo una rimane un mistero per me“. Più o meno allo stesso modo sembra pensarla la stragrande maggioranza degli elettori conservatori, così come emerso da un sondaggio realizzato dalla piattaforma Conservative Home che, da oltre 15 anni, indaga il comune sentire di migliaia di membri del Partito. Quasi il 60% bolla come “scorretta” l’inchiesta della Commissione, una percentuale simile pensa che Johnson non abbia mentito scientemente al Parlamento; oltre il 75% lo vuole candidato alle prossime elezioni con i Conservatori, e un buon 25% lo sogna ancora primo ministro.

È chiaro che la Commissione farà di tutto per metterlo in difficoltà, magari citando le affermazioni dell’ex diabolico spin doctor di BoJo, quel Dominic Cummings arresosi solo all’influenza della moglie del primo ministro, Carrie Symonds, e da allora impegnato nel tentativo di finirne la carriera del suo vecchio boss. Sono le sue testimonianze, afferma Johnson, “l’unica eccezione” al fatto che “non ci sono prove a sostegno di un’accusa secondo cui ho intenzionalmente o sconsideratamente ingannato il Parlamento” ma, ribadisce Boris, sono anche le affermazioni dello “screditato Dominic Cummings” e “non sono supportate da alcuna documentazione“.

Chi è a conoscenza della materia scommette che ci vorrà tutta l’abilità oratoria di Boris Johnson per non cadere in contraddizione, per evitare che la Comissione pronunci un verdetto (atteso entro maggio) che raccomandi ad un’altra commissione una sanzione che potrebbe incendiare il Partito Conservatore. In effetti, anche a voler essere ottimisti, non sembra oggi esistere uno scenario del tutto positivo per i Conservatori e il primo ministro Rishi Sunak.

Nel primo caso, quello di una completa “assoluzione“, i seguaci di Boris potrebbero infatti sostenere che il Partygate è stato un caso montato ad arte per affossare l’ex inquilino di Downing Street, così trovando l’abbrivio giusto per sfidare la leadership del primo ministro in carica. Gli altri due possibili esiti non sono privi di insidie. La Commissione potrebbe infatti raccomandare la sospensione di Johnson dal Parlamento per meno o più di dieci giorni di seduta. In entrambi i casi servirebbe l’ok del Parlamento, e a quel punto sarebbe a dir poco imbarazzante, per le diverse anime del Partito, dichiarare come la pensano a proposito dell’ingombrante ex sindaco di Londra. L’opzione nucleare, quella di una sospensione per oltre dieci giorni, se approvata, potrebbe addirittura fare scattare un’elezione suppletiva e – potenzialmente – far perdere a Boris Johnson financo il seggio parlamentare. Un colpo da ko anche per un gatto con nove vite come il vecchio BoJo.

Attendo con impazienza la sessione della commissione“, ha detto ieri notte il protagonista di questa storia. Come se l’attrazione per le luci dei riflettori fosse sempre e comunque più forte della percezione del pericolo. Oggi è il giorno da vivere. Domani? C’è sempre tempo per risalire la corrente.

Il Blog seguirà in diretta per gli iscritti l’audizione odierna: anticipazioni, retroscena, cronaca in tempo reale. Basterà seguire il Liveblog qui sotto.

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