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Pubblicato il 25 agosto 2025
C’è chi crede che Nicolás Maduro trascorra gran parte delle sue giornate nascosto in un bunker, circondato dai suoi generali, benvoluto da pochi fedelissimi. C’è chi pensa sia da tempo preda della paranoia, da anni abituato a dormire con una valigia ai piedi del letto, sempre pronto a montare su un aereo, venuto a patti con l’idea che un giorno – presto o tardi -toccherà rinunciare proprio a tutto, volare lontano, insieme alla famiglia e una manciata di amici, verso una destinazione sicura, probabilmente Cuba.
Ricostruzione suggestiva, forse non totalmente infondata, chissà quanto lontana dalla quotidianità del dittatore di Caracas. Ma se ignorassimo i segnali provenienti dal Mar dei Caraibi meridionale, così come i non detti intercettati in quel di Washington, commetteremmo un errore. Qualcosa sta effettivamente accadendo in Venezuela. O meglio, al largo delle sue coste. E non si può ignorare.

Per capire bisogna partire dal massiccio dispiegamento di forze navali statunitensi appena fuori dalle acque venezuelane, appendice plastica di un atto formale compiuto segretamente tra la Casa Bianca e il Pentagono nelle scorse settimane. È quello siglato lontano dai riflettori, dalle attenzioni dei media; è la direttiva con cui Donald Trump ha autorizzato l’impiego della forza militare contro alcuni cartelli del narcotraffico dell’America Latina. Non una decisione estemporanea: piaccia o meno, il risultato di una strategia.
La cronistoria non lascia spazio a dubbi.
Fresco di insediamento, da poco tornato a frequentare lo Studio Ovale, Trump concorda con il Dipartimento di Stato la designazione di Tren de Aragua, MS-13 e diversi altri gruppi come organizzazioni terroristiche straniere. Mossa pensata per ampliare gli strumenti a diposizione degli Stati Uniti per contrastare cartelli individuati dal Presidente come esportatori non solo di droga, ma pure di caos e violenza nelle città americane, vera e propria “minaccia alla sicurezza nazionale“, ben “oltre quella rappresentata dalla criminalità organizzata tradizionale“. Potrebbe sembrare un’operazione scenica, quasi di propaganda politica, non fosse stato per la svolta arrivata negli ultimi giorni.
L’amministrazione Trump decide infatti di inserire il Cartel de los Soles venezuelano nell’elenco dei gruppo terroristici globali. Di più: afferma che il leader di questo attore centrale per il narcotraffico transnazionale, risiede a Caracas, nel Palazzo presidenziale. Il suo nome? Ma è ovvio: Nicolás Maduro.

La conferma che non si tratti di una mossa qualunque arriva direttamente dal Pentagono. Il Dipartimento della Difesa ha infatti dispiegato imponenti risorse della Marina americana nel Mar dei Caraibi meridionale. Mezzi e uomini nei mesi scorsi impegnati contro gli Houthi fanno ora rotta verso il Venezuela, pronti ad affacciarsi sul cortile di Maduro.
Fino a tre cacciatorpediniere lanciamissili sono in arrivo nell’area nelle prossime ore; a queste bisogna aggiungere il gruppo anfibio Iwo Jima, composto da tre navi anfibie con a bordo circa 4.500 marines, e alcuni aerei da pattugliamento marittimo P-8 Poseidon, con capacità di sorveglianza e ricognizione.

È possibile che si tratti di una messinscena? È altamente improbabile: mobilitare questi assetti presenta dei costi non indifferenti. E allora, è la domanda sul taccuino: dove vuole arrivare Donald Trump? Fino a che punto intende spingersi?
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