Ma non era “fuori i partiti dalla Rai”?

Si parta dal presupposto che un direttore di rete ha tutte le facoltà di dare al canale che presiede il volto che ritiene più opportuno. E in questo senso Carlo Freccero non è diverso dai suoi predecessori. Ma la Rai versione sovranista e populista disegnata dall’uomo che confessa da tempo simpatie grillo-leghiste non può passare sotto silenzio. Non se a delinearne i nuovi contorni sono gli stessi che parlavano di servizio pubblico. Dove pubblico significa aperto a tutti. Eh, appunto.

Ma il punto è che la televisione è pur sempre la televisione. Ad un certo punto gli occhi dallo smartphone li stacchi, la vecchia amica la trovi lì, accesa più o meno sempre, anche se non la guardi, purché l’ascolti, presenza fissa, rassicurante, in attesa perenne davanti al divano, esempio di fedeltà senza data di scadenza (si spera).

E allora ecco, lo capite, adesso, l’affanno e la ressa sulle nomine dei direttori, dei telegiornali, del presidente Rai? Il tanto bistrattato servizio pubblico è ancora una fabbrica di idee, contenuti, consensi, difficilmente sostituibile. E così Freccero plasma dichiaratamente Rai Due ad immagine e somiglianza del consenso del momento, ne asseconda gli istinti, toglie dalla Rai la parola “servizio”, lascia solo il “pubblico” (forse).

Parla di una rete al servizio dell’informazione. Bisognerà adesso capire quale. Perché se è quella delle fake news veicolate da M5s e Lega in questi anni allora c’è e ci sarà da preoccuparsi. Nel frattempo, però, un quesito sorge spontaneo. Sarebbe bello sapere che fine hanno fatto quelli che urlavano: “Fuori i partiti dalla Rai”.

È Strasburgo, è casa nostra

Strasburgo, attentato

 

È la sigla dell’edizione straordinaria del telegiornale che ti allarma, ma fino ad un certo punto. È l’abitudine agli attentati che sembravi aver dimenticato, la consapevolezza amara che loro non dimenticheranno te, a rendere tutto così maledettamente inaccettabile, cara Europa trafitta, cara Europa tradita.

È il fatto che abbiano colpito Strasburgo, sede del Parlamento Europeo, la culla della democrazia di un continente intero, la casa politica in cui si incontrano e si scontrano le idee giuste o sbagliate di 500 milioni di cittadini, a dare il senso di una strage che colpisce il senso di ciò che siamo, che ci stordisce al punto da farci rendere finalmente conto del nostro essere una sola grande famiglia.

Brutto a dirsi, difficile da ammettere: il dolore che sentiamo oggi è più potente, più pressante, di quello che avvertiamo alla notizia di un’autobomba in Iraq o in Afghanistan. Strasburgo è qui, a due passi. È una città come le nostre. Non sapeva di avere la guerra in casa. E invece eccola, sotto Natale, tra i mercatini di luci che illuminano una notte di spettri.

È la prova del nove che non avremmo dovuto tentare, l’identità ritrovata che neanche avremmo dovuto perdere. È l’Europa da difendere. È Strasburgo, è casa nostra.

Lega e M5s non trovano 10 milioni per gli orfani dei femminicidi: che schifo

 

Bastavano soltanto 10 milioni di euro – attenzione, non miliardi – per dare una mano alle famiglie che si prendono cura degli orfani dei femminicidi. La proposta di Mara Carfagna era condivisibile: istituire un fondo per quei nonni che da un giorno all’altro si ritrovano senza la figlia uccisa dalla bestia di turno e con dei nipoti da crescere. Per gli zii e le zie che si prendono cura di chi resta. Una norma di civiltà, un atto dovuto. Ancora di più se si considera che tante volte le vittime avevano denunciato e lo Stato non è riuscito ad intervenire in maniera efficace per salvarle.

Lega e M5s hanno deciso di bocciare questo emendamento alla Camera. Salvini in tv và dalla D’Urso, si erge a paladino delle donne quando la conduttrice mostra il bollino “chi ti picchia non ti ama”, ma poi quando bisogna passare “dalle parole ai fatti” i parlamentari della Lega votano contro.

Si trattava di avere a cuore la serenità di bambini e ragazzi che saranno segnati per sempre, che hanno bisogno di assistenza psicologica, che faticano ad addormentarsi perché terrorizzati all’idea che il papà possa tornare a fargli del male, prima o poi.

Si trattava di trovare soldi come se ne sono trovati per detassare i massaggi o i trattamenti di bellezza negli hotel. Era forse una causa più giusta. Che schifo.

Il comandante De Falco e i nuovi Schettino

 

Gregorio De Falco è stato – ai tempi del naufragio della Costa Concordia – il simbolo dell’Italia con la “schiena dritta”. L’anti-Schettino per eccellenza, il comandante che non si sottrae al proprio dovere, l’istituzione che fa l’istituzione. Il suo rude “Salga a bordo cazzo!” è diventato per mesi l’urlo ideale di una nazione ferita, piegata dal lassismo della sua classe dirigente, incapace di arrestare una colata a picco che sembrava inevitabile.

Anche per questi motivi, appresa la sua scelta di candidarsi col MoVimento 5 Stelle, sono rimasto prima sorpreso e poi deluso. Ma in un’intervista di qualche mese fa a L’Aria che tira, a Myrta Merlino che gli faceva notare come fosse alto il rischio che il suo volto venisse usato dalla politica come una bandierina da piazzare per i propri fini, De Falco rispose sicuro: “Io c’ho una cosa dalla parte mia: sono un uomo libero“.

La conferma è arrivata ieri sera, quando De Falco e un’altra senatrice del MoVimento 5 Stelle, Paola Nugnes, hanno fatto andare sotto il governo sul condono di Ischia. Hanno votato secondo coscienza l’emendamento presentato da Forza Italia e insieme al Pd. Consapevoli delle conseguenze che questo loro voto di dissenso rispetto al gruppo M5s avrebbe comportato.

Perché di fronte ad un governo che se ne frega dei rischi idrogeologici e sismici, di case che potrebbero cadere giù da un momento all’altro, serve qualcuno che si metta di traverso.

Di fronte ad un governo che nonostante l’enorme consenso non ha voglia di fare scelte coraggiose e necessarie, ha il suo senso levare una voce fuori dal coro dei lacchè.

Di fronte ad un governo che se ne frega dei richiami dei maggiori istituti europei e mondiali, che scientemente decide di farci andare a sbattere dopando i conti, serve qualcuno che dica no.

Il rischio naufragio è alto, coi nuovi Schettino al timone.

Io sono calabrese. E sto con Mimmo Lucano

mimmo lucano

 

Io sono calabrese. Io vivo in Calabria. E la premessa è d’obbligo per chiarire che qualcosa so di questa terra bella e maledetta. Conosco ad esempio l’arretratezza che ci circonda, così come l’orgoglio che proviamo (ingenui che siamo) ogni volta che in tv passa un servizio sul nostro mare o sulla nostra Sila.

Conosco un po’ di bene e un po’ di male. So cosa significa “pensare” di aprire un negozio, un’attività, un qualsiasi locale in Calabria. Vuol dire fare i conti, ad esempio, non soltanto coi normali rischi d’impresa, ma pure con le tasse “extra” da pagare al “secondo Stato”. Perché se non versi il tuo, a fine mese, al primo o al secondo avvertimento, ti bruciano tutto. E tanti saluti ai sogni di spiccare il volo.

Conosco il cuore della mia gente. Di chi ti accoglie in casa propria come fossi il re del mondo. Sono stato in paesi di poche anime, ho ricevuto grandi onori (immeritati) e ho capito che siamo un popolo generoso. Lo ammetto: siamo permalosi, pure un poco presuntuosi, ma sulla generosità è difficile che qualcuno ci superi.

Per questi motivi, senza conoscere personalmente il sindaco di Riace, dico chiaramente che io sto con Mimmo Lucano. Anzi: con quello che Mimmo Lucano rappresenta.

In Calabria, se vuoi fare qualcosa per far avanzare la tua gente, devi avere il coraggio di sfidare tanti poteri: la burocrazia, le resistenze degli apparati, il sistema che osteggia il cambiamento per non esserne divorato, le più diverse caste, le famiglie influenti, i politici, i “potenti”, la ‘ndrangheta.

E allora, che in un contesto simile, un sindaco che ha creato un modello di accoglienza sostenibile facendo il bene innanzitutto del suo Comune, un primo cittadino che non ha intascato un euro ma che da calabrese spregiudicato e fantasioso ha aggirato un po’ di leggi per aiutare delle persone in difficoltà, un bravo sindaco, insomma, venga arrestato…Beh, è una barzelletta. Una barzelletta che non fa ridere.

Io sono calabrese, io vivo in Calabria. Io sto con Mimmo Lucano.

Almeno state zitti

ponte morandi

 

Si riscoprono tutti ingegneri, un attimo dopo il crollo del ponte Morandi a Genova. È un virus diffuso in tutto il Paese: siamo tuttologi, amiamo puntare il dito, dire “è colpa loro”, sazia la nostra rabbia repressa per qualcosa che negli ultimi 50 anni evidentemente non è andato come speravamo. Perché siamo lì, fermi, a mezzo secolo fa. Non solo perché il ponte crollato è stato terminato nel 1965, ma perché alla fine basta pensarci sopra: nel 2018 ancora guardiamo con nostalgia al boom economico degli anni Sessanta. Qualcosa è andato storto: e si è visto.

Ma tra voglia di giustizia e sciacallaggio c’è differenza, tra stile e improvvisazione pure. I responsabili dovranno assumersi le loro responsabilità davanti alla legge, ma non è normale, non lo è, che a neanche un giorno dalla tragedia un ministro della Repubblica se la prenda con Autostrade, così, senza un dato, un report, un’analisi ponderata di ciò ch’è avvenuto durante il crollo, una valutazione completa, approfondita, basata sul senso di realtà.

Non è possibile che un altro ministro continui la sua campagna elettorale permanente prendendosela con l’Europa che non ci consente di rifare le infrastrutture e mettere in sicurezza l’Italia. Perché i soldi ci sono stati e ci sono, per queste cose. Ma non è colpa dell’Europa se si è scelto di rimandare e rimandare, se i costi di manutenzione di questo ponte hanno coperto l’80% di quello che è costato. Se ne sarebbe potuto costruire un altro, di ponte Morandi. Non si è voluto. Non so il perché. So che non è il momento della caccia alle streghe. Non ancora. C’è gente che pensava ai fatti suoi, che ascoltava la musica in macchina, che parlava con i figli, che ad un certo punto si è vista cadere nel vuoto, senza capire, solo per morire.

Abbiate un po’ di rispetto. Almeno state zitti.

Quel che Marchionne ci lascia

sergio marchionne

 

Nel giorno in cui Sergio Marchionne dice addio al mondo resta un senso di irrisolto, un nodo che stringe la gola anche a quelli che il grande manager non l’hanno conosciuto, che di macchine e finanza poco si interessano.

Dietro quegli occhiali c’era uno sguardo vispo, intelligente sempre. C’erano gli occhi di un italiano vero, quelli di un figlio di carabiniere, quelli di un bambino poi cresciuto, che alla sua terra ha pensato come tutti gli emigrati: da innamorato.

E allora basta, silenzio per un po’. Perché chi dice che ha svenduto la FIAT all’estero non sa o finge di non sapere che senza Marchionne la FIAT di Torino avrebbe chiuso i cancelli. Il Novecento è finito, purtroppo o per fortuna, e Marchionne ha dimostrato che l’Italia, la piccola Italia, poteva mettersi in gioco nel mondo globalizzato, vincere la sfida dell’internazionalizzazione, a testa alta, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno.

La morte di Marchionne lascia un sapore amaro. Come quella di qualcuno che va via all’improvviso. Di chi se n’è andato troppo presto, almeno agli occhi di chi resta. Viene percepita dal Paese come una perdita pesante. Più dei 4 miliardi e rotti che il titolo di FCA ha perso oggi in Borsa. Marchionne è valso più dei soldi che ha prodotto per il gruppo Agnelli, più dei posti di lavoro che ha creato, delle sfide che ha vinto, degli obiettivi che ha raggiunto.

Sergio Marchionne, quello accusato di aver tolto l’italianità da FIAT, è stato più italiano di quelli che oggi urlano “prima gli italiani” e ci rendono più deboli. Sergio Marchionne è stato un gigante. Se n’è andato in silenzio. Ma le orme dei suoi passi sono ben visibili oggi. E lo saranno anche domani.

Un sorriso ironico, una battuta tagliente, uno sguardo illuminato sul futuro. C’è anche questo, tra quel che Marchionne ci lascia.

Senza Fiat…o

marchionne

 

Quel maglione blu, sempre e comunque. Un vezzo stilistico, un’impronta caratteriale. Un po’ come l’orologio sulla camicia di Gianni Agnelli. Tanto sempre di Fiat parliamo. Anche se oggi si chiama FCA. Cambia poco.

E fa strano, ma di Sergio Marchionne già si parla come non ci fosse più. Evidentemente la gravità delle sue condizioni di salute è tale da riservargli questo trattamento.

Di questo signore che fino al 2004 non era nessuno, poi è stato così tanto da dare fastidio a molti, da ieri si parla ovunque. Quelli che come lui li chiamano “visionari”. Hanno la capacità di andare oltre, di vedere qualcosa che sta dopo l’orizzonte.

Non è stato infallibile, ha fatto i suoi errori. Il Sergio Marchionne manager ha avuto il suo caratterino. E per questo è stato odiato, insultato, diffamato. Succede anche in queste ore. Succede anche adesso che viene dato in lotta per la vita, ma più vicino alla morte. I cretini, i cattivi e gli ignoranti non mancano mai.

“Io mi sento molte volte solo”, diceva, ma il suo esempio di uomo solo al comando era forse il migliore possibile. Un capo pieno di idee, di consigli, un industriale proiettato nel futuro ma radicato nel passato.

La dimensione della sua grandezza non la danno soltanto i numeri delle aziende che ha guidato finché ha potuto. E neanche l’autonomia che ha dimostrato da Confindustria e dai sindacati, né le scommesse che ha vinto convincendo il mercato e gli operai della bontà delle sue intuizioni.

No, forse più di tutto ce la dà il senso di smarrimento provato ieri alla notizia del precipitare delle sue condizioni. Quell’italiano apparentemente un po’ antipatico, quello che ogni tanto spuntava in tv per dire la sua, quello che ha conquistato l’America, sì, Marchionne dai, sta male. Così male che forse muore.

E ci dispiace. Perché neanche ciò ch’è stato lo mette al riparo dalle buche disseminate sulla strada della vita.

Restiamo così, senza Fiat…o.

Alfie Evans è dei suoi genitori

alfie evans

 

Alfie Evans della sua storia non sa niente. Non ha neanche 2 anni, questo bambino inglese che lotta contro una grave malattia neurodegenerativa senza nome.

Tenuto in vita da un respiratore artificiale, intanto succhia il ciuccio, dice chi lo ha visto in un ospedale di Liverpool, lo stesso nel quale rischia di morire contro il volere dei genitori.

Vogliono staccare la spina, i giudici inglesi, dicono che continuare a tenerlo in vita significhi accanirsi. Ma mamma e papà non si arrendono: loro, che Alfie lo ha messo al mondo, hanno buoni motivi per credere che il figlio si possa ancora salvare.

Quindi chi deve averla, quest’ultima parola sulla vita di Alfie? Lui non può dire. Per fortuna neanche sa. Ma allora chi se non i genitori? Che prima di arrendersi possano tentarle tutte.

La notizia di queste ore è che l’Italia ha concesso ad Alfie la cittadinanza. Il tentativo è quello di favorire il trasferimento del piccolo al Bambin Gesù di Roma.

Sarebbe questo, un atto di umanità. Perché di umano non c’è nulla, nel togliere la vita ad un bambino contro il volere dei suoi genitori.

Nasim che spara per i video di YouTube

 

Si chiamava Nasim Najafi Aghdam, e aveva 39 annni, la donna di origini iraniane che ha tentato di fare una strage nella sede di YouTube a San Diego, in California.

E non ingannino le origini musulmane dell’assalitrice. Non c’è nessuna radicalizzazione, non stavolta.

Nasim era più occidentale di noi: di mestiere faceva la youtuber. Pubblicava video di animali, esercizi fisici da fare in casa, parodie di canzoni famose. I video su cui clicchiamo tutti quanti.

Nasim non era una terrorista. Ma in qualcosa di simile si è trasformata quando YouTube, di fatto il suo datore di lavoro, ha cambiato le regole del gioco. Vincoli più stringenti per avere accesso ai pagamenti. Un numero maggiore di followers e robe del genere, per non veder crollare i propri guadagni.

Nasim allora ha provato a chiedere spiegazioni all’assistenza, ha protestato per il giro di vite imposto dall’azienda, ma non è riuscita ad ottenere nulla. Così ieri ha preso una pistola, è uscita di casa, ed ha iniziato a sparare all’interno della sede di YouTube. Poi si è fermata all’ingresso, ha premuto il grilletto e si è tolta la vita.

Lo ha fatto così, con semplicità. Come fosse una naturale conseguenza del torto subito. Come se i responsabili, poi, fossero i dipendenti sui quali ha aperto il fuoco. Come fossero burattini senza vita, personaggi senza storia, ostacoli sul suo cammino di popolarità. Lo ha fatto, pensando che fosse giusto farlo.

Nasim non ha ucciso, ma c’è andata vicina. Nasim si è uccisa, e non si capisce perché. Nasim che spara per i video di YouTube, è la fine del mondo.